Napoleone in Valsusa: opere e saccheggi di un uomo che ha influenzato la storia del Piemonte Napoleone invadendo il Piemonte determinò il destino di molte persone e realizzò una strada che tutti noi percorriamo ancora oggi

NapoleoneFonte foto: Micidial.it

Il 5 maggio 2021 si ricordano i 200 anni dalla morte di Napoleone, un grande personaggio che con la sua politica influenzò gran parte dell’Europa. Dopo due secoli rimangono nella memoria le campagne militari, studiate da tutti noi a scuola ed i suoi saccheggi. A questo grande personaggio noi piemontesi dobbiamo il “Catasto napoleonico”, il primo strumento legale e fiscale per tassare equamente i cittadini sui contributi fondiari e molte altre grandi opere. Tra queste la “Strada Napoleonica” che conduce al Colle del Moncenisio ed il Ponte Vittorio Emanuele I di Torino, che collega Piazza Vittorio Veneto alla Chiesa della Gran Madre di Dio.

L’IMPORTANZA STRATEGICA DELLA VALSUSA

La Valsusa ha sempre avuto un’importanza strategica per la circolazione di persone e merci lungo la Via Francigena. Le carovane valicavano le Alpi attraverso due colli: il Moncenisio ed il Monginevro. Il primo entrò a far parte del territorio dei Savoia nel 1045 quando Adelaide di Susa, figlia del Marchese Olderico Manfredi II, sposò Oddone, quartogenito di Umberto I Biancamano. Con quelle nozze la Dinastia Sabauda compì il primo passo del lungo cammino che la portò ad unire il Paese 160 anni fa. Il Monginevro insieme all’alta valle della Dora, Bardonecchia e Pragelato appartenevano invece ai Delfini di Vienne, discendenti dai Signori di Albon. Il confine era a metà strada tra Chiomonte e Gravere, lungo il corso del torrente Clarea. Nel 1349 Umberto II, signore del Delfinato, cedette i suoi possedimenti al Regno di Francia. Queste terre diventarono dei Savoia soltanto nel 1713 con il Trattato di Utrecht.
Sul Moncenisio gravitavano le grandi strade della Francia centrale, quelle che provenivano dalla regione Champagne, dal medio Rodano e da Lione. Tutte confluivano su Chambery e da qui i pellegrini e mercanti si avviavano verso la Valle dell’Arc, per salire al colle. Giunti sulla sommità trovavano ristoro presso l’Ospizio del Moncenisio, fondato nel IX secolo da Ludovico il Pio con il compito di accogliere i pellegrini.

LA STRADA REALE

Per valicare il Colle del Moncenisio bisognava percorrere la Strada Reale, che passava da Novalesa, un piccolo comune di cruciale importanza. Qui si scaricavano i carri per raggiungere il valico a piedi o con i muli. All’opposto chi vi discendeva diretto alla pianura, rimontava le proprie mercanzie. C’erano taverne, hotel, negozi e stazioni di posta, dove si cambiavano i cavalli, ci si rifocillava e si riposava in attesa di passare il valico. Cruciali erano i marrons, portatori e guide che accompagnavano i viaggiatori nei tratti più difficili, caricavano le loro merci sui muli e battevano la pista in caso di neve.

L’INVASIONE FRANCESE

Il 21 settembre 1802 il Piemonte venne annesso alla Francia, mentre Re Carlo Emanuele IV nel 1798 era stato costretto a rifugiarsi in Sardegna. Negli anni precedenti le truppe del generale Alessandro Dumas, padre del celebre autore di “I tre moschettieri” avevano valicato i colli del Moncenisio e del Monginevro. Nel 1796 con l’Armistizio di Cherasco Vittorio Amedeo III era stato costretto a cedere alla Francia parte del Piemonte meridionale, Nizza, la Savoia.

CARLO EMANUELE IV

Re Carlo Emanuele IV, figlio di Vittorio Amedeo III, ereditò dal padre la corona, ma non certo il potere, oramai in mano francese. Il sovrano era sposato con Maria Clotilde di Francia, una donna che conosceva bene la crudeltà dei giacobini in quanto suo fratello Luigi XVI e sua cognata Maria Antonietta erano stati da loro decapitati.
La coppia fu costretta a lasciare il Palazzo Reale di Torino la notte del 9 dicembre 1798 sotto una fitta nevicata. Il re si rifiutò di portare via la Sacra Sindone, convinto che avrebbe saputo difendersi da sé. Il giorno seguente gli invasori saccheggiarono la reggia, ma il Sacro lenzuolo rimase indenne da ogni tipo di violenza. Dopo tre mesi di peripezie giunsero in Sardegna, l’unico lembo del loro regno a non essere occupato dai francesi. Cagliari fu il rifugio di tutta la Famiglia Reale.

CARLO EMANUELE IV E PIO VI: UN TRISTE DESTINO

Carlo Emanuele, debole e poco determinato, per paura di essere catturato dai francesi, dopo poco tempo lasciò la Sardegna per trasferirsi a Roma. Rimasto vedovo nel marzo 1802, abdicò a favore del fratello Vittorio Emanuele I nel giugno dello stesso anno. Dedicò il resto della sua vita alla preghiera ed alle opere di bene e morì a Roma il 6 ottobre 1819. Più sfortunato fu invece Papa Pio VI, davanti al quale Carlo Emanuele IV si era prostrato senza volersi più rialzare. Il 15 febbraio 1798, dopo l’occupazione dello Stato Pontificio, i francesi proclamarono la Repubblica Romana ed il pontefice fu costretto a rifugiarsi a Siena per poi essere arrestato e condotto in Francia. Attraversò quindi la Valsusa e valicò il Colle del Monginevro nell’aprile del 1799, acclamato dalla popolazione locale. A causa delle sue cagionevoli condizioni di salute, morì di stenti il 29 agosto a Valence.

IL PIEMONTE IN MANO FRANCESE

Con la partenza della corte nel 1798 Torino cadde nelle mani dei francesi. Gli occupanti le cambiarono il nome in Eridania. Secondo la leggenda la città fu fondata infatti da un principe egizio chiamato Eridano in onore della stirpe da cui discendeva. Il primo nucleo di Torino nei tempi antichi si chiamava proprio Eridania. I francesi fecero razzia di opere d’arte. Molte splendide residenze del Piemonte vennero nazionalizzate. Tra queste il Castello di Pianezza, i cui acquirenti, incuranti del valore storico, lo smantellarono. Rischiarono di fare la stessa fine Palazzo Madama, salvo grazie all’intervento di Napoleone ed il Castello di Govone, espropriato ai Savoia. Per fortuna il Conte Teobaldo Alfieri di Sostegno lo acquisì per poi restituirlo alla famiglia reale. La Reggia di Venaria venne trasformata in caserma. Gli ordini religiosi vennero soppressi ed i loro beni furono incamerati. I monaci di Novalesa furono trasferiti all’Ospizio del Moncenisio, ritenuto fondamentale per fornire ai soldati in transito un luogo di accoglienza. Napoleone si divertiva a chiamare l’abate dell’Ospizio “l’unico abate del mio impero”.

NAPOLEONE A TORINO

Nei primi anni dell’Ottocento l’Europa era quasi tutta nelle mani di Napoleone, il quale si fece incoronare imperatore da Papa VII nella Cattedrale di Notre Dame la notte del 2 dicembre 1804. Fu incoronato Re d’Italia il 26 maggio 1805 nel Duomo di Milano. Esso giungeva in Piemonte valicando il Colle del Moncenisio. Nel capoluogo sabaudo alloggiava insieme alla consorte Giuseppina di Beauharnais nella Palazzina di Caccia di Stupinigi.

LA STRADA NAPOLEONICA

Per rendere più agevoli i viaggi da e verso la Francia, nel 1803 fece costruire la nuova “Strada Napoleonica” che ancora oggi noi tutti percorriamo per recarci al valico. Per il nuovo tracciato si scelse di percorrere a mezza costa la scoscesa montagna sovrastante Venaus e Giaglione. Novalesa non facendo parte del tracciato, perse la sua importanza strategica. Furono costruite anche numerose case cantoniere per accogliere i viaggiatori durante le bufere. La nuova strada fu “collaudata” da Papa Pio VII. Il pontefice, dopo aver scomunicato l’invasore, fu fatto prigioniero e nel maggio del 1812 venne condotto in Francia tramite il Passo del Moncenisio. Ricevette l’estrema unzione all’Ospizio, ma sorprendentemente sopravvisse e ritrovò il suo trono alla caduta dell’imperatore.

I QUADRI DEL LOUVRE DONATI ALL’OSPIZIO DEL MONCENISIO

Nel 1805 Napoleone donò al priore dell’Ospizio del Moncenisio cinque dipinti provenienti dai depositi del Louvre. Secondo la leggenda l’imperatore durante una traversata del Moncenisio sarebbe stato sbalzato fuori dalla carrozza a causa di una tempesta. I monaci dell’abbazia benedettina, con massaggi di grappa, gli fecero recuperare l’uso degli arti a rischio congelamento. Napoleone per ringraziarli, avrebbe donato loro alcuni quadri del Louvre. Secondo un’altra tesi i dipinti sarebbero una ricompensa del governo di Parigi per il collaborazionismo dei monaci, i quali facevano le spie all’imperatore sui movimenti dei viaggiatori. Oggi le tele sono custodite nella Chiesa di Santo Stefano a Novalesa.

IL PIEMONTE LIBERO

Nel 1814 il Piemonte e la Valsusa furono finalmente liberati dall’invasore. Il 20 maggio dello stesso anno Vittorio Emanuele I fece il suo ingresso trionfale a Torino. Tuttavia nel destino di Casa Savoia e del Piemonte, i Bonaparte ci sarebbero stati ancora. Nel 1848 in Francia cadde la monarchia di Re Luigi Filippo. Carlo Luigi Bonaparte, figlio di Luigi, fratello minore di Napoleone, venne allora eletto Presidente della Repubblica. Nel 1852 fece un colpo di Stato con il quale si proclamò imperatore con il nome di Napoleone III. Per suggellare l’alleanza tra Regno di Sardegna e Francia, la Principessa Maria Clotilde di Savoia, figlia di Re Vittorio Emanuele II, venne data in sposa a Napoleone Giuseppe Bonaparte. Lo sposo era figlio di Girolamo, fratello minore di Napoleone I. Queste nozze, celebrate nella Cappella della Sindone il 30 gennaio 1859, rafforzarono gli Accordi di Plombières, in base ai quali Napoleone III si impegnava ad aiutare i Savoia nella causa risorgimentale italiana.

IL LEGAME TRA I BONAPARTE E CASA SAVOIA CONTINUA ANCORA OGGI

Dall’unione tra Napoleone Giuseppe Bonaparte e Maria Clotilde nacquero tre figli. Maria Letizia sposò lo zio materno Amedeo, rimasto vedovo di Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna. Vittorio è invece l’antenato dell’attuale capo della Dinastia Bonaparte: il Principe Giovanni Cristoforo. Giovanni è quindi discendente di Vittorio Emanuele II, ma avendo come madre la Principessa Beatrice di Borbone delle Due Sicilie, nella sua persona si realizza l’Unità d’Italia. Nell’ottobre del 2019 ha rafforzato ancor di più il legame con i Savoia sposando la Contessa Olympia d’Arco Zinnenberg. Essa ha come nonna materna la Principessa Margherita di Savoia-Aosta, figlia dell’ Eroe dell’Amba Alagi e discendente di Vittorio Emanuele II. La storia continua.

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