Quando il presidente Kennedy si materializzò a Villar Focchiardo

VILLAR FOCCHIARDO – Quando il presidente Kennedy si materializzò a Villar Focchiardo. Nulla, ma veramente nulla – al confronto- quello che capitò al povero Bill Clinton. Quando dovette presentarsi alle televisioni americane per ammettere che…sì in fondo Monica Lewinsky nello studio ovale era stata – come dire – un po’ troppo intraprendente. Per Richard Nixon fu più dura andare davanti alle telecamere. I colori un po’ stinti dei video d’allora immortalarono in diretta il Presidente che si riteneva Imperatore al di là della legge nel momento del tonfo. Perché travolto dallo scandalo del Watergate. Di Kennedy rimasero le immagini in bianco e nero sfocate ed agitate di quella folle corsa in macchina sulle strade di Dallas. Rimasero le voci concitate dei Giornali Radio, le lacrime incredule della gente. Le mille domande che attendono ancora oggi una definitiva risposta. Una verità mai completamente emersa e che probabilmente verrà resa nota dal tribunale di Dio solo nel giorno del Giudizio Universale. Kennedy era stato il Presidente del sogno americano, il Presidente che aveva immaginato e voluto l’uomo sulla Luna.

John Kennedy

DA ENRI’ MILETTO

Kennedy? Villar Focchiardo? Cosa centreranno mai? Immaginate un giorno qualsiasi, quando rovistando tra cianfrusaglie ricoperte dalla polvere dell’oblio ti ritrovi tra le mani qualcosa che il tempo aveva rimosso dalla memori. Ed è in quel momento che una sciabolata fende la coltre del tempo. Riportando alla luce il vissuto di ieri, l’eco di lontane voci sommesse nell’aere. Vibrazioni quasi indecifrabili all’inizio, diventano poi corpose, presenti, vive. Il filo della memoria che s’era interrotto ora è riannodato. Era il dicembre del 1969 e l’Avvento stava scivolando con spedito passo verso il Natale. “Noi” eravamo stati sulla Luna, pionieri con Michael Collins, Neil Armstrong e Buzz Aldrin sull’Apollo XI, veterani con Dick Gordon, Pete Conrad e Alan Bean sull’Apollo XII. Fu in uno di quei giorni che Enrì Miletto si rivolse a me ed a Marino Martoglio – compagno di giochi in quel luogo romito in punta alla Comba – apostrofandoci più o meno così. “Bocia i l’evi l’Apollo e mi duman per Natal iv’ dunu Kennedy. A iera chiel ca l’ha mandavi sla Luna.” (Ragazzi avete il modellino dell’Apollo ed io domani per Natale vi darò Kennedy. E’ stato lui che vi ha mandato sulla Luna).

I BAMBINI OSSERVANO

Noi strabuzzammo gli occhi. Perché non capivamo cosa volesse dire ma sapevano che da lui c’era da aspettarsi di tutto. Enrì Miletto – ch’era ancora un lontano cugino di mia madre per via di quegli intrecci di parentela dei quali ho smarrito il filo – lo ricordo bene. Un po’ villico, un po’ bohemienne, con quel panciotto tondo, le guanciotte piene, il cappello perennemente sul capo, la sigaretta tra le labbra. Svernava praticamente tutto l’inverno su alle case di Saint Versin. Che all’epoca erano un vero porto di mare per le tante persone che le frequentavano.

Arrivava il mattino con la micca sotto il braccio, il sacchetto con un po’ di salame o toma. Si sedeva in un cantuccio e rimaneva lì come assorto per gran parte del giorno. Forse fantasticava, forse no. A pensarci oggi – col senno di poi – era un attore posto al lato del palcoscenico della vita. Una comparsa in attesa di chiamata per recitare chissà quale parte. Mi parlava sempre della Svizzera, di Ginevra, dove mi diceva che andava perché “a Genvra a l’han li bardan e a stan bin.” ( a Ginevra hanno i franchi svizzeri e stanno bene). Il giorno dopo, puntuale come un orologio svizzero, Enrì Miletto, si presentò sulla soglia del cortile con la gerla sulle spalle. Dentro c’era l’occorrente per Kennedy.

richard nixon

GLI STRUMENTI DI LAVORO

Un sacchetto di polvere bianca, probabilmente gesso o scagliola, dei cartoncini bianchi, matite, pennellini e tempere. Poi copie di “Epoca” e “La Domenica del Corriere” risalenti all’anno 1963 su cui campeggiavano le foto di Kennedy. Apostrofò Franca Giai, che era venuta a trovare i miei nonni, con un messaggio sublimale di sfida tra il serio ed il faceto così. “Di a tuo marito Renato Miletto che al catasto un disegno così manco se lo sognano…”. Noi, io e Marino, i nonni, Carlo Rumiano, Valente Cartot e altri incuriositi lo guardavamo. Lesto tirò fuori un cartoncino bianco, prese le riviste e le sfogliò sino a quando trovò una foto di suo garbo. “Seta si a vait propi ben” (Questa qui va proprio bene): disse. Posò il cartoncino sul tavolo, estrasse da un astuccio una matita in grafite ed iniziò a tracciare sul cartoncino dei ghiribizzi. Ora con tratto di mano pacato, ora con tratto di mano nervosa, sino ad ottenere il disegno di una testa o di un teschio o comunque di qualcosa di antropomorfo che gli ricordasse un’entità. Un principio, una traccia. Guardò il risultato: subito fu un po’ incerto, pensoso.

PER DIVERTIRSI

Ma poi si sciolse: “A spol propi fesi!” (Si può proprio fare!): l’idea poteva diventare azione. Ci ordinò di prendere un secchio con un po’ d’acqua che miscelò accuratamente con la polvere bianca sino da ottenere un’amalgama semifluido. Si fece dare degli attrezzi da cucina, un cucchiaio, una forchetta, un coltello. Rovesciò il contenuto del secchio su d’una tavolozza di ferro e si mise all’opera su quell’uovo di gesso. Gesti rapidi, precisi, modellavano quella materia e ciò che era prima informe ora prendeva forma. Ecco il modellarsi di una testa, con le guance, la bocca, il naso, gli occhi, i capelli ordinati nella loro pettinatura. Sembrava che la testa fosse già dentro a quell’uovo di gesso e che l’abilità di Enrì consistesse nell’estraporarla da quella malta caotica. Una specie di CAD-CAM ante litteram.

L’ARTE DI MILETTO

Quando la scultura fu ultimata posò la tavolozza sulla stufa in ghisa. Prima della completa asciugatura la dipinse con le tempere in modo da dare stabilità ai colori. Io e Marino guardavamo stupiti: non avevamo più parole. Parlò Enrì Miletto: “Bocia i l’aviu divlu che per Natal i l’avriu favi n’Kennedy! Ura a l’è vost. L’evi chi a l’ha pensà al sogn d’la Luna.” ( Ragazzi ve l’avevo detto che per Natale vi avrei fatto un Kennedy! Ora è vostro ed avete chi ha pensato al sogno della Luna). Per noi che guardavamo al mondo con l’occhio infante era veramente il top. Già ci sentivamo pieni di orgoglio per quando l’avremmo fatto vedere ai “grandi” Bertina Martoia e a Mariuccia Rumiano. Poi a Cesare Pent e Livio Ravoira nonché agli altri ragazzini della Comba. Avevamo un modellino in latta dell’Apollo, avevamo la testa del Presidente della Nuova Frontiera, sapevamo che saremmo un giorno anche noi stati sulla Luna. Magari dopo una corsa su fino a Piancampo o giù alla fontana dell’Ave Maria. Eravamo alla fine dei felici anni sessanta, a ridosso di quel Natale del 1969.L’anno della Luna. L’anno della nostra Luna.

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