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Villar Focchiardo: addio a Germano Martoglio, l’uomo della terra di MARIO RAIMONDO

VILLAR FOCCHIARDO – Villar Focchiardo l’addio a Germano Martoglio. C’incontravamo frequentemente d’autunno al tempo delle castagne – prima nel castagneto e negli ultimi anni sul ciglio della strada di Piancampo. Per chiacchierare di quel più e i quel meno imperniato su quel nostro piccolo mondo antico che è la castanicoltura di Villar Focchiardo. Germano Martoglio lo conoscevo da una vita, perché oltre ad essere il fratello del mio amico Marino. Era una di quelle persone che al tempo dell’infanzia di tanto in tanto bazzicavano, con suo padre e sua madre. Attorno a quel porto di mare che erano le case d’San Versin lassù al limitare della Comba. Lasciata la fabbrica da un po’ d’anni era in pensione e si dedicava alla sua vera passione che era il coltivare la terra. Il suo vero mestiere, la sua vera missione. Germano era davvero la forza della terra, ne conosceva i cicli, la rispettava e rispettava i suoi frutti che per lui erano fondamentalmente una sorta di dono, premio della fatica.

LA FORZA DELLA TERRA

Non me l’ha mai detto ma credo conoscesse perfettamente, come ogni contadino, quella metafora nascosta in quella frase che dice che nessun pasto è gratis. Sul suo trattore giù per le viuzze della Comba, giù per i campi, o su per la montagna Germano era sempre all’opera, non stava mai fermo, aveva un lavoro per ogni stagione. Ed era davvero preoccupato per queste grame stagioni sconvolte come non mai. L’ultima volta che c’incrociammo per la stra du solin una manciata di giorni dopo Capodanno, in un pomeriggio di questo dannato e torrido inverno, il discorso cadde su questo tempo impazzito. Mi disse queste parole: “Niente pioggia, niente gelo, niente neve, un caldo senza senso. Sembra davvero che tutto stia cambiando. Se guardi giù verso il fondovalle, verso Torino, vedi quella nebbia tra il grigio, il rossiccio ed il nero che grava come un drappo su tutto. Se continua così non so davvero cosa potrà portarci la primavera.” Riavvolgendo il nastro della memoria mi sono tornate in mente queste parole che m’aveva detto Germano, quel cosa potrà portarci la primavera. Sillabe, parole che per Germano forse erano come un presagio.

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