ALMESE – Valsusa 1940: l’Italia entra in guerra! Ormai è un giorno lontano quel 10 giugno 1940 soprattutto di questi tempi che hanno nella ‘velocità del tempo’ il paradigma essenziale. Eppure quel giorno consegnato agli archivi della storia fu il discrimine del Novecento. Il momento in cui la storia iniziò a prendere un’altra strada. Quella che ci ha portato all’età contemporanea. Età che dovrebbe riflettere su quanto accaduto nel ‘pre’ e nel ‘post’ 10 giugno 1940 traendone – oggi più che mai – illuminanti idee per l’avvenire. Io ebbi la fortuna di sentire dalla viva voce di chi c’era in quel giugno del 1940. Quel che accadde e mi fu sempre raccomandato di perpetuarne memoria affinchè certe cose non accadano mai più. Non accada più che ‘il sonno della ragione’ generi follie globali come lo fu la Seconda Guerra Mondiale. Perché come in ogni guerra, al di là delle ragioni dei vincitori e dei vinti. La parte perdente è sempre ed in toto l’umanità. Lunedì 10 giugno 1940, mentre il sole correva verso il solstizio d’estate ,un’umanità in buona parte ignara di ciò che le sarebbe dovuto capitare apprese che stavamo per entrare in guerra. Compresa, in questa umanità ,vi erano ovviamente i valsusini: queste alcune loro storie.
ILDA RAIMONDO DI ALMESE
Ricorda Ilda Raimondo, classe 1922, di Almese. “Quel giorno del 10 giugno 1940 io avevo diciotto anni ed ero una giovane donna di questo paese. Certo, era molto diverso, questo paese, da come lo vediamo oggi. Era un’entità rurale che viveva perlopiù di agricoltura e pastorizia. Della fatica del lavoro dei campi o del lavoro negli opifici qui intorno. Io stessa lavoravo come domestica da Clementina Bertolo che era una distinta signora del borgo. Effettivamente, sin dai primi di giugno del 1940, v’erano stati notevoli movimenti di soldati giù alle casermette. Preludio al fatto che stava per succedere qualcosa. Fu mio padre, Paolo, quella sera al ritorno dal lavoro che ci informò dell’evolversi dei fatti di quella giornata campale: “ Da oggi siamo in guerra” disse col tono preoccupato di chi, nel precipitare degli eventi vedeva qualcosa di gramo delinearsi all’orizzonte”.

LA MAMMA
“Commentò mia madre, Adele Goghero. ‘Questa cosa non ci porterà nulla di buono. Chissà che cosa dovremo vedere…’ Mussolini, stando ai giornali dell’epoca, voleva un po’ di morti per sedersi da vincitore al tavolo della spartizione dell’Europa e non lasciare tutto il bottino all’avvoltoio tedesco. La guerra fu davvero mondiale…ci toccò tutti e le vite di tutti radicalmente cambiarono in un amen. Io dovetti andare a lavorare ad Avigliana al Dinamitificio in quello che in fondo era una specie di lavoro coatto. Inforcavo la bicicletta e pedalavo sino là. Il Dinamitificio, come un gigantesco sauro, apriva la sua bocca, i cancelli, e c’inghiottiva nel suo ventre. Lavoravamo sempre sotto tensione, non c’era allegria…c’era sempre il rischio di finire bombardati. Ricordo i rumori, i sapori, gli odori di quel luogo, quelle gelatine che usavamo e che ci rovinavano la pelle delle mani colorandola di giallo. Ricordo di quel pulviscolo nell’aria che si vedeva quando i raggi del sole entravano nello stabilimento”.
IL 10 GIUGNO
“Il 10 giugno 1940, fondamentalmente, anche se ancora non lo sapevamo, significò l’inizio della paura, dell’impotenza dei singoli davanti agli eventi della storia. Una paura che divenne ossessiva dopo l’8 settembre del 1943 quando la guerra ci entrò davvero in casa ed il fronte fu in ogni cortile, in ogni strada. Il 10 giugno iniziò per tutti noi un periodo di duro confronto con situazioni nuove fatte di bombardamenti, razionamento, oscuramento. A molti della nostra generazione quell’ora ‘delle decisioni irrevocabili’ avrebbe portato via la vita. A tutti noi portò via la giovinezza.”

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