MERCATI – Il mercato forse non crollerà, ma è diventato più fragile anche a causa di questi tre fattori. Il punto di Michele De Michelis responsabile investimenti di Frame AM. Vedere sugli schermi l’indice S&P 500 superare, seppure per poco tempo, i 7.500 punti mi ha particolarmente colpito. Ho ripensato infatti a quel lunedì pomeriggio del 7 aprile 2025, quando lo stesso indice scese poco sopra i 4.800 punti nei giorni successivi all’ormai famoso “Liberation Day”. Ancora più impressionante il rally sviluppatosi tra fine marzo e metà maggio, in un contesto geopolitico estremamente complesso, ma sostenuto da una stagione degli utili americana decisamente superiore alle aspettative. In diversi casi, infatti, i risultati societari hanno letteralmente polverizzato le stime degli analisti. A un certo punto, però, gli investitori azionari devono aver inevitabilmente rivolto lo sguardo al mercato obbligazionario. Il rendimento del Treasury americano decennale ha infatti superato il 4,6%, mentre il trentennale ha sfiorato il 5,2%, livelli che non si vedevano dal luglio 2007. Ed è probabilmente lì che qualcuno ha iniziato a fare due conti.
Una fisiologica presa di beneficio
Anche assumendo che il P/E del mercato americano sia sceso verso area 21-22 grazie alla forte crescita degli utili — e quindi che, nonostante il rally, i multipli si siano parzialmente compressi, elemento normalmente positivo per l’azionario — il fatto che i titoli governativi americani offrono rendimenti vicini al 5% implica che il premio per il rischio azionario si sia sensibilmente ridotto. E quando il differenziale tra rendimento atteso dell’equity e rendimento risk-free si restringe troppo, diventa naturale per parte degli investitori iniziare a ridurre l’esposizione al rischio. Ecco perché negli ultimi giorni sembra essersi avviata una fisiologica presa di beneficio, la cui intensità dipenderà da diversi fattori.
Un nuovo governatore della Federal Reserve
Tra questi, vale la pena citare una statistica molto interessante elaborata da Barclays. Storicamente, dopo l’insediamento di un nuovo governatore della Federal Reserve e il suo primo discorso ufficiale, la risposta del mercato azionario americano non è particolarmente brillante. Secondo le analisi storiche disponibili dal 1930, l’indice S&P 500 ha registrato ribassi medi del 12% e del 16% rispettivamente nei 3 e 6 mesi successivi al primo intervento pubblico del nuovo governatore. Naturalmente si tratta più di una curiosità statistica che di un indicatore realmente predittivo, ma resta comunque un elemento interessante da osservare. A questo si aggiunga la componente stagionale — il celebre “Sell in May and go away” — anche se oggi i mercati sembrano molto più influenzati dall’andamento dei tassi reali, della liquidità e degli utili societari che non dalla semplice statistica stagionale.
L’Hindenburg Omen
Più interessante appare invece la recente comparsa di diversi “Hindenburg Omen”, un indicatore tecnico dal nome piuttosto spettacolare ma dal significato relativamente semplice. L’Hindenburg Omen si verifica quando il mercato mostra contemporaneamente molte azioni sui massimi annuali, ma anche molte altre sui minimi annuali. In pratica, gli indici continuano a salire, ma la partecipazione interna del mercato diventa progressivamente meno uniforme. Storicamente questo indicatore ha preceduto alcune fasi difficili per i mercati, ma ha anche prodotto numerosi falsi segnali. In diversi casi, infatti, gli indici hanno continuato a salire ancora per mesi dopo la comparsa dell’indicatore. Per questo motivo molti professionisti lo considerano più un segnale di deterioramento della profondità di mercato e di aumento della fragilità interna, piuttosto che un vero strumento predittivo di un crash imminente. Ed è probabilmente questa la chiave di lettura più corretta anche oggi.
L’economia americana continua a mostrare una resilienza sorprendente
Un altro nodo centrale continua a essere, a nostro avviso, l’inflazione americana. Il PPI (Producer Price Index), ovvero l’indice dei prezzi alla produzione, resta infatti relativamente elevato e suggerisce che le pressioni inflazionistiche non siano ancora completamente rientrate. Ma il punto probabilmente più importante è un altro: l’economia americana continua a mostrare una resilienza sorprendente. Gli ultimi dati macroeconomici hanno evidenziato produzione industriale superiore alle attese, manifattura in accelerazione, consumi ancora solidi e crescita nominale del PIL vicina al 6%. Ed è proprio questa forza dell’economia a complicare il lavoro della Federal Reserve.
Perché un’economia troppo resiliente rende più difficile giustificare tagli rapidi dei tassi, ed è proprio qui che nasce gran parte della tensione osservata sul mercato obbligazionario nelle ultime settimane. Senza voler necessariamente fare le Cassandre, la sensazione è quindi che Wall Street stia entrando in una fase diversa: meno lineare, più volatile, più sensibile ai tassi e soprattutto molto più selettiva rispetto a quella osservata nella prima parte dell’anno. Per questo motivo, come sempre, probabilmente la scelta più razionale resta evitare sia gli eccessi di entusiasmo sia il panico, anche qualora la statistica storicamente negativa associata all’insediamento del nuovo governatore FED dovesse nuovamente trovare conferma.

































