PIEMONTE – Il cambiamento climatico sta stravolgendo i ritmi della frutticoltura in Piemonte. Le fioriture precoci, ingannate da un marzo insolitamente caldo, vengono oggi regolarmente colpite da gelate tardive e correnti polari. Per contrastare la “cascola” dei fiori e la perdita totale dei raccolti, i frutticoltori torinesi e piemontesi hanno messo in campo investimenti onerosi: sistemi a “doccetta” per creare barriere di ghiaccio protettivo, reti antigrandine e irrigazione a goccia contro la siccità. Tuttavia, questi sforzi tecnologici, necessari per garantire la disponibilità di frutta sulle tavole, comportano un indebitamento che le aziende agricole non possono più sostenere da sole, specialmente di fronte a una frequenza di eventi estremi ormai senza precedenti.
Investimenti contro gelate e grandine: il peso del clima non ricada solo su aziende e consumatori
La sopravvivenza del comparto è messa a rischio da una forbice economica insostenibile. Ai costi per la difesa climatica si sommano i rincari del 30% su gasolio e fertilizzanti, mentre i prezzi corrisposti ai produttori restano spesso al di sotto dei costi vivi di produzione. È fondamentale che la catena del valore venga riequilibrata: il prezzo del cambiamento climatico non può gravare esclusivamente sulle spalle degli agricoltori e dei consumatori finali. Serve un riconoscimento economico equo che permetta di ammortizzare gli investimenti per la resilienza. Senza una giusta remunerazione, il rischio è l’abbandono delle campagne, con conseguenze devastanti per l’economia locale e la sovranità alimentare del territorio.

































