Frankenstein, il mediocre mostro di Del Toro

CINEMA – Questa dev’essere l’epoca dei grandi registi che cadono, come Guillermo del Toro con la sua stanca(nte) e mediocre creatura, Frankenstein. Ingollati di soldi e senza idee, ma “omaggi”, perfino i giganti del cinema cadono nella comodità, creando prodotti con difficile motivazione d’essere.

Frankenstein di Del Toro: il fallimento dell’esercizio di stile

Ancora una volta, Guillermo non ci offre un soggetto originale. Dopo un Pinocchio in stop-motion, suo pressante desiderio esaudito, il regista decide di affrontare Frankenstein, di nuovo finanziato da Netflix – il porto sicuro di chi bada alla pensione più che all’arte. La scelta è ironicamente ridicola: non solo Frankenstein è un mostro sacro della letteratura, ma anche l’opera che ha forgiato parte della sensibilità e dell’immaginario del regista. Eppure, ciò che ne risulta è uno scialbo esercizio di stile. Con gli idoli, ci si emoziona. Credo.

L’ossessione del messaggio

Non è il caso di riassumere la trama, che conosciamo sin dall’infanzia. Né mi dilungherò sui messaggi di fondo, gli stessi su cui Del Toro ha improntato l’intera visione artistica della sua carriera, ripetendo come un mantra il tema del diverso, dell’inclusione e dell’incomprensione. Messaggi che rischiano di fare il lavaggio del cervello (anche socialmente parlando) ma che non arrivano realmente al cuore dello spettatore. Non sono veicolati da una narrazione visiva decente, bensì dalla pura e semplice ripetizione verbale. Il vecchio detto “show don’t tell” non è più di moda, a quanto pare. La storia è snellita e divisa in due macro-capitoli: prima Victor il creatore, poi un’intervista alla creatura stessa. Una delle poche scelte comode e funzionali, come quella di evitare il giro del globo dei protagonisti – anche perché il minutaggio attuale della pellicola è già una sufficiente e prolissa tortura.

Estetica e Auto-citazionismo

L’estetica deltoriana è, come sempre, un punto a favore, ma qui diventa un’arma a doppio taglio. Se guardando il suo ultimo prodotto (la sua creatura!) si finisce per avere l’impressione di aver messo su Crimson Peak, forse c’è un problema. Sono passati solo dieci anni, ma almeno lì la sceneggiatura aveva il merito di essere originale (nel senso: non opera di qualcun altro). A poco serve il sottotesto cromatico nell’abbigliamento dei personaggi, che già ci dicono tutto su loro stessi. Victor e la madre sono rossi (vita, sangue, amore, morte) e poi lo sarà solo Victor per tutto il resto del film, nessun altro. Le figure di controllo sullo scienziato (il padre e il finanziatore – un’inutile ma sempre strabiliante Christopher Waltz) indossano il blu e solo Elisabeth indossa il verde. Verde natura amante degli insetti. Verde mistero. Verde “Kim Novak” e teoria dei colori di Hitchcock.

Elizabeth, il quadrato amoroso e il mostro patinato

Sorella nella trama classica, qui Elizabeth diviene futura moglie del fratello William, “amante” platonica di Victor e si innamora dell’ingenua creatura (un inquietante rapporto madre-figlio. Nel 2025 non ci meritavamo l’ennesima versione de “La forma dell’acqua” o della favola de “La Bella e la Bestia” con annesso Gaston (Victor) rovina-famiglie. No, perché raccontare la favola del brutto-buono contro il bello-cattivo è ormai un cliché noioso. Anche perché il mostro di Jacob Elordi ha un aspetto così pulito, uno sguardo così pietoso e cicatrici così perfettamente confezionate da non risultare credibile, ma patinato. Anche la sua prova attoriale si limita a una monocorde voce cavernosa per caratterizzare un pastiche di uomini riportati in vita. E per carità, sorvoliamo sul doppiaggio italiano. Davvero, facciamolo.

Un sontuoso cast sprecato

Mia Goth è ineccepibile nel suo infelice doppio ruolo di madre e donna-oggetto. E il motivo sfugge, perché è inspiegabile come a un’attrice di questo calibro siano stati proposti dei personaggi trattati con imbarazzante superficialità. La madre di Victor quasi non parla, mentre Elisabeth è una donna forte solo nel senso in cui riesce a battibeccare con Victor Frankenstein, il genio. Ah e ama la vita in ogni sua forma. Madre Teresa. Stessa sorte per William, il fratello di Victor. Scusate, Igor. Si perché se il ruolo originale di David Bradley, William Frankenstein, sarebbe dovuto essere solo vittima e risveglio di coscienza per il fratello scienziato, qui è stato punito con l’aggiunta di ruolo da tuttofare e capo cantiere del laboratorio. Un degno infierire su un personaggio che ha già poco da offrire nella sua vita narrativa. Oscar Isaac (Victor Frankenstein) porta a casa il lavoro, sebbene Del Toro gli affidi l’ingrato compito di interpretare vaneggiamenti sovraccarichi e ripetitivi.

Mia Goth
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