TORINO – L’improvvisa escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha trasformato i luoghi della spiritualità in zone di incertezza e attesa. Al centro della cronaca troviamo un gruppo di 17 religiosi piemontesi (16 sacerdoti e un diacono, in gran parte della Diocesi di Torino), rimasti bloccati a Gerusalemme a causa della chiusura precauzionale dello scalo internazionale Ben Gurion di Tel Aviv. Nonostante i momenti di paura vissuti al Getsemani durante l’attivazione delle sirene anti-aeree, i sacerdoti hanno rassicurato le famiglie: la situazione all’interno della Città Vecchia resta sotto controllo, sebbene i confini siano blindati e il rientro, inizialmente previsto per il 2 marzo, sia attualmente sospeso in attesa di corridoi aerei sicuri.
Sicurezza e rimpatrio: la rete della Farnesina in Iran e Israele
Mentre il mondo osserva con il fiato sospeso la ritorsione di Teheran e l’avanzata delle truppe, la diplomazia italiana lavora senza sosta per tutelare i circa mille connazionali presenti nell’area. In Iran, l’Ambasciata a Teheran rimane operativa per assistere i 400 residenti stanziali e i turisti sorpresi dall’esplosione delle ostilità. Il Ministro degli Esteri ha confermato l’istituzione di una task force dedicata per monitorare i punti più critici, inclusi gli scali di Dubai e Abu Dhabi, dove l’incertezza regna sovrana. Per i piemontesi e gli altri italiani nell’area, la priorità resta il coordinamento con l’Unità di Crisi della Farnesina, mentre Papa Leone XIV ha già lanciato un accorato appello affinché la diplomazia fermi la spirale di violenza prima che diventi un “abisso irreparabile”.



































