“Ei fu”: moriva l’imperatore Napoleone, era il 5 maggio 1821

SUSA – 201 anni fa una leggenda veniva consegnata alla storia, con la scomparsa del suo protagonista, un capo militare, un imperatore autoincoronato, ma anche un legislatore: Napoleone Buonaparte cognome successivamente francesizzato in Bonaparte. Nato il 15 agosto 1769, ad Ajaccio, in Corsica, un anno dopo la cessione dell’isola alla Francia da parte della Repubblica di Genova, da una famiglia nobile còrsa con presunta origine di Sarzana, città al confine tra Liguria e Toscana. Il 5 maggio del 1821 alle 17,49 muore, probabilmente a causa di un tumore allo stomaco, in esilio a Longwood sull’isola di Sant’Elena. Possedimenti della corona britannica nell’oceano Atlantico, dove era stato confinato dalla sconfitta di Waterloo del 1815, il condottiero e autocrate più esaltato e odiato dell’era contemporanea, al tempo stesso tra i personaggi preferiti dai francesi e figura controversa per la sua azione durante i quindici anni in cui ha esercitato il potere, tra il 1799 e il 1815.

NAPOLEONE BONAPARTE MORTO A SANT’ELENA

Nel suo testamento aveva chiesto di essere sepolto sulle rive della Senna, ma gli inglesi ordinarono che venisse inumato a Sant’Elena. La sua spoglia mortale vi rimase fino al 1840. Il 15 dicembre di quell’anno la salma rientrò a Parigi, dove furono celebrati i funerali solenni con il feretro che, trainato da 16 cavalli, attraversò l’Arco di Trionfo salutato dai colpi di cannone. Le spoglie furono poi trasferite a Les Invalides. E’ sotto la Dôme che dal 2 aprile 1861 riposa l’imperatore, in un magnifico e imponente sarcofago di porfido rosso finlandese su un piedistallo di granito verde dei Vosgi.

IL CINQUE MAGGIO

Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro“. Il cinque maggio, un’ode scritta da Alessandro Manzoni nel 1821 in memoria dell’illustre Còrso. All’epoca non c’era il web e le notizie circolavano meno velocemente di oggi, motivo per cui la notizia della morte di Napoleone fu appresa dal Manzoni soltanto il 16 luglio di quell’anno, leggendo la “Gazzetta di Milano” nella sua villa a Brusuglio di Cormano (MI). Tre giorni dopo, il componimento scritto di getto era già pronto. In una versione diversa da quella finale, il cui manoscritto è custodito alla Biblioteca Braidense di Milano. Censurata dal governo austriaco l’ode fu pubblicata solo in Francia e in Germania, dove venne tradotta in tedesco nel 1822 da Wolfang Goethe (scrittore, poeta e drammaturgo tedesco).

L’ODE DI MANZONI

In Italia fu pubblicata nel 1823 da un editore torinese. L’opera manzoniana, al contrario da quanto di solito si tende a pensare, non intendeva glorificare la figura del carismatico generale, o far provare pietà al lettore per il suo trapasso, bensì illustrare il ruolo salvifico della Grazia Divina e la funzione della Provvidenza, offrendo al contempo uno spaccato esistenziale della vita di Napoleone.

LA BRUNETTA DI SUSA, IL FORTE DAI 100 CANNONI

L’avvento della Rivoluzione Francese e del successivo periodo legato all’ascesa di Napoleone Bonaparte, fino al 1814, ha fatto sì che Susa e la sua Provincia fossero sotto il controllo di nuovi dominatori. I Francesi furono in quegli anni gli amministratori della nostra Città, incidendo in modo significativo sia a livello politico, che socio-economico, in quello che era un vissuto tradizionalmente legato ai Savoia. La storia ricorda, con l’armistizio di Cherasco del 1796, la distruzione di tutte le fortificazioni del regno sabaudo, tra le quali un gioiello dell’architettura difensiva come il forte della Brunetta di Susa. Il più grande, inattaccabile ed invincibile baluardo armato del Regno di Sardegna. 3.500 militari in presidio con 100 bocche da fuoco a disposizione.

UN LIBRO

A ripercorrere le tracce di quel periodo storico, lo splendido libro “Il Forte dai 100 cannoni. La Brunetta di Susa nel 1700”, autori Mario e Valerio Tonini, stampato nel 2004 da Il Capitello, si impone al lettore per la grandiosa ricostruzione di ogni edificio, di ogni settore del Corpo di Piazza, della Chiesa, delle strade interne, dei ponti, dei Corpi di Guardia, polveriere, gallerie e così via. Gli autori conducono il lettore a rivisitare le varie opere, delle quali compiono una sintetica descrizione, consentendo di tornare al secolo XVIII, quando la grande fortificazione era al massimo della sua efficienza e con una numerosa guarnigione. I montaggi eseguiti sono arricchiti da un’animazione ben dosata con l’inserimento di piccoli reparti indossanti le uniformi degli anni iniziali della “Brunetta”. La riproduzione di antica cartografia, i disegni tridimensionali, le fotografie del Gruppo storico “Pietro Micca”, fanno di questo lavoro, qualcosa di veramente notevole per la pubblicistica italiana di storia militare.

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