CINEMA – Non è un adattamento, non è un retelling e non è nemmeno una provocazione riuscita. “Cime Tempestose” – dove le virgolette non sono un segno di punteggiatura ma una trovata paracula di Emerald Fennell – è il sintomo di un’industria che ha smesso di produrre visioni per iniziare a sfornare fanfiction mainstream. Un sistema che si insinua nel classico letterario per trasformarlo e svuotarlo di ogni significato.
Cime Tempestose, la forma divora la sostanza
Non serve aver letto il capolavoro di Emily Brontë per capire che qui qualcosa non funziona. Ho letto e scritto abbastanza fanfiction nella mia gioventù (spesso migliori di questa) per poter dire con certezza: siamo davanti a una pessima riscrittura. Il problema non è la confezione: la Fennell visivamente è pazzesca, cura luci, scenografie e costumi con attenzione maniacale. Il problema non è nemmeno l’idea di modernizzare un’epoca passata – la Marie Antoinette della Coppola rimane l’esempio magistrale. Il vero dramma è alla base: la storia non funziona. Non te la bevi nemmeno se sei un fruitore saltuario; ormai l’occhio del pubblico è critico e questa sceneggiatura piatta non regge il confronto con la complessità del materiale originale.

La castrazione dell’eros e la stonatura dei dialoghi
Il film riesce a deludere persino chi cercava una storia erotica. Nonostante il marketing martellante sul desiderio viscerale, sullo schermo c’è ben poco. Non si arriva mai al fondo, non si osa realmente. Persino Saltburn, del 2023, sempre di Fennel, che pur con i suoi difetti, aveva qualche sfacciataggine in più capace di scuotere o almeno disgustare, lasciando nello spettatore un sentimento che fosse uno. La cosa più grave è lo scollamento estetico: i dialoghi tragici della Brontë appaiono incollati a forza su un’estetica da spot pubblicitario, rendendo il tutto involontariamente ridicolo. Paradossalmente, quelle righe originali sono le uniche ascoltabili in un mare di banalità – la più presuntuosa: il temporale che finisce perché “là è azzurro”, come se non capissimo la metafora elementare.
Il cinema da algoritmo e i suoi “tropes”
Mi discosto dal parere che l’operazione sia costruita solo per generare rage bait. Se i puristi criticano la scelta del cast o la colonna sonora (splendida, ma non una novità ), dimostrano solo cecità. Tuttavia, la definizione di “film da TikTok” calza a pennello: molte scene, come quelle in cui i protagonisti “leccano le porte” o si scambiano sguardi carichi di tensione artificiale, sembrano create apposta per essere tagliate e condivise come edit su TikTok o Pinterest. Perfino la musica viralissima dei reel scompare nella colonna sonora originale, svelando l’inganno del marketing.
Il vero punto è che questo film è il trionfo della logica del fandom. Per definizione, una fanfiction nasce dal desiderio adolescenziale di riplasmare una storia amata, di avere potere decisionale sui beniamini. Il cinema di oggi segue la stessa via: si cercano i tropes (i temi ricorrenti, come l’enemies to lovers ), si punta su volti in hype e si appiattisce la trama per renderla rassicurante. Ma Cime Tempestose non è rassicurante. È malato, oscuro e disturbante. Trasformarlo in un videoclip patinato dove il desiderio è “didattico” e i conflitti sono artificiosi significa aver ignorato totalmente la potenza dell’originale. I sogni adolescenziali è bene che rimangano tali.


































