ALMESE – Valsusa 1940: l’Italia entra in guerra! Ormai è un giorno lontano quel 10 giugno 1940 soprattutto di questi tempi che hanno nella ‘velocità del tempo’ il paradigma essenziale. Eppure quel giorno consegnato agli archivi della storia fu il discrimine del Novecento. Il momento in cui la storia iniziò a prendere un’altra strada. Quella che ci ha portato all’età contemporanea. Età che dovrebbe riflettere su quanto accaduto nel ‘pre’ e nel ‘post’ 10 giugno 1940 traendone – oggi più che mai – illuminanti idee per l’avvenire. Io ebbi la fortuna di sentire dalla viva voce di chi c’era in quel giugno del 1940. Quel che accadde e mi fu sempre raccomandato di perpetuarne memoria affinchè certe cose non accadano mai più. Non accada più che ‘il sonno della ragione’ generi follie globali come lo fu la Seconda Guerra Mondiale. Perché come in ogni guerra, al di là delle ragioni dei vincitori e dei vinti. La parte perdente è sempre ed in toto l’umanità. Lunedì 10 giugno 1940, mentre il sole correva verso il solstizio d’estate, un’umanità in buona parte ignara di ciò che le sarebbe dovuto capitare apprese che stavamo per entrare in guerra. Compresa, in questa umanità, vi erano ovviamente gli abitanti della Valsusa: queste alcune loro storie.

UGO RUMIANO DI VILLAR FOCCHIARDO
Ugo Rumiano di Villar Focchiardo, classe 1924. “Ero, in quell’epoca, nella Valsusa del 1940 un ragazzino quindicenne, anche se l’infanzia e l’adolescenza come la vita di tutti era distante anni luce da quella odierna. Mio padre, Mario Rumiano, faceva il ciabattino ed aveva una bottega in cui oltre a ripararle le scarpe le vendeva ed ovviamente i soldini erano quello che erano. ‘Se potessi avere mille lire al mese’ come cantava una nota canzone del 1939. Bè, i miei sarebbero stati ricchi. Però non era proprio così. Abitavamo presso il Municipio, dove oggi c’è l’ambulatorio medico e mia madre, per pagare l’affitto, faceva un po’ da bidella per le scuole, andando a fare le pulizie o, d’inverno ad accendere la stufa. Nonostante la non agiatezza mio padre era però affascinato da tutto ciò che oggi si chiamerebbe ‘innovazione’. Tant’è che la prima radio che ci fu al Villar fu la nostra. Per il Villar di allora, un paese assolutamente rurale, questa era una cosa eccezionale. Ricordo che la domenica, quando poteva, l’allora Prevosto don Ponsero, veniva giù da noi ad ascoltare la benedizione Urbi et Orbi che il Santo Padre impartiva dalla città eterna.
I CARRI ARMATI A VILLAR FOCCHIARDO
“Che l’aria fosse ‘pesante’ in Valsusa anche noi lo avvertivamo se non altro dalla preoccupazione dei nostri genitori che da quel settembre del 1939. Con l’inizio delle operazioni belliche, temevano ‘il giorno’ nel senso che temevano il momento dell’annuncio di una eventuale entrata in guerra dell’Italia. Oltretutto al fianco di quel ‘tedesco’ che era stato combattuto nella Grande Guerra. Noi ragazzini vedevamo movimenti strani in giro. Ad esempio al Villar Focchiardo, nei pressi della Gerbola, nascosti nel bosco, c’era un gruppo di carri armati che erano spuntati improvvisamente li. Andarli a spiare, guardarli nella loro meccanica che ci appariva immensa, per noi ragazzini era un gioco. Ci incuriosivano quei soldati nascosti nei boschi del Villar. Comunque quel 10 giugno 1940, una giornata che apparentemente si presentava assolutamente normale e che per la storia diventò particolare. Credo che i miei furono tra i primi a sapere che sarebbe successo qualcosa perché alla radio trasmisero un comunicato in cui si preannunciava un discorso del Duce per le ore 18 della sera. Mi sembra di ricordare che mio padre mormorò qualcosa come ij suma ( ci siamo). Presagiva qualcosa di temuto”.

DA TILDE PER IL DISCORSO
“Nel frattempo anche nella locale sezione del Partito Fascista, che era alle 4 Strade, affissero dei manifesti in cui si invitava la popolazione ad andare in Piazzetta dove sul balcone della Trattoria ‘da Tilde’. Avevano montato degli altoparlanti per ascoltare la trasmissione radio. Il tam-tam di paese, il telefonino dell’epoca, fece il resto. Alle ore 18 la Piazzetta era gremita, l’obbligo di partecipare – almeno uno o due per famiglia era implicito – ma non mi pare di ricordare un entusiasmo ‘oceanico’. C’era il Podestà, Virginio Bosco, il Segretario della sezione PNF locale, Maurizio Pogliano, altri ‘scaldati’ locali, ma niente di più. Quando il Duce iniziò a parlare da Palazzo Venezia, con quella voce che l’EIAR, con la tecnologia dell’epoca portava come poteva nelle piazze d’Italia, quando si sentivano gli applausi applaudivamo, quando c’era silenzio e lui parlava, facevamo silenzio. Sembrava tutto irreale, distante, sicuramente non spontaneo”.
IN GUERRA
“Anche per noi ragazzi che vedevamo con occhi ingenui ciò che stava accadendo, tutto questo sembrava strano. Le madri, le nonne che avevano perso i figli o i nipoti nella Grande Guerra erano basite. Erano passati appena ventidue anni dalla fine della Grande Guerra ed eravamo punto a capo. A sera, a casa e per il paese, si respirava un’aria di sommessa malinconia condita con un po’ d’inesprimibile nequizia. Senza saperlo in fondo l’aveva profetizzato anche il Duce: ‘L’ora segnata dal destino …era giunta’. E sarebbe giunta. Trascinando a fondo l’Italia e noi della Valsusa.”
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