MATTIE – Valsusa 1940: l’Italia entra in guerra! Ormai è un giorno lontano quel 10 giugno 1940 soprattutto di questi tempi che hanno nella ‘velocità del tempo’ il paradigma essenziale. Eppure quel giorno consegnato agli archivi della storia fu il discrimine del Novecento. Il momento in cui la storia iniziò a prendere un’altra strada. Quella che ci ha portato all’età contemporanea. Età che dovrebbe riflettere su quanto accaduto nel ‘pre’ e nel ‘post’ 10 giugno 1940 traendone – oggi più che mai – illuminanti idee per l’avvenire. Io ebbi la fortuna di sentire dalla viva voce di chi c’era in quel giugno del 1940. Quel che accadde e mi fu sempre raccomandato di perpetuarne memoria affinchè certe cose non accadano mai più. Non accada più che ‘il sonno della ragione’ generi follie globali come lo fu la Seconda Guerra Mondiale. Perché come in ogni guerra, al di là delle ragioni dei vincitori e dei vinti. La parte perdente è sempre ed in toto l’umanità. Lunedì 10 giugno 1940, mentre il sole correva verso il solstizio d’estate ,un’umanità in buona parte ignara di ciò che le sarebbe dovuto capitare apprese che stavamo per entrare in guerra. Compresa, in questa umanità ,vi erano ovviamente i valsusini: queste alcune loro storie.

GIOVANNI FAVRO DI MATTIE
Giovanni Favro di Mattie, classe 1924. “Quel giorno…oh si, io lo ricordo ancora perfettamente quel giorno del 1940. Ricordo quelli che sembravano rombi di tuono. Come di temporali che volevano formarsi da qualche parte verso l’orizzonte. Invece erano i colpi di cannone sparati al Moncenisio. Fu un giorno mirabolante fin dal mattino presto qui a Mattie. Perché si percepiva che c’era qualcosa di strano, di dirompente nell’aria e noi che eravamo su all’alpeggio delle Toglie scendemmo in paese. Fu mio padre, Giuseppe, che mi portò con se. Forse qualcuno gli aveva detto che stava per succedere qualcosa di eccezionale ed importante ‘per gli uomini e donne d’Italia, dell’Impero, e del Regno d’Albania’. Suonarono le campane alla parrocchiale e alle altre cappelle mentre nella strada principale del paese. Passarono alcuni camion carichi di gentaglia che cantavano a squarciagola ‘all’armi siam fascisti’. Alla Casa del Fascio avevano predisposto una postazione radiofonica pubblica. Perché in quel tempo di radio nelle case private di Mattie, proprio penso non ce ne fossero.
GLI AUTOPARLANTI
“Ricordo quegli altoparlanti, conici e grandi marcati Radiomarelli, che diffondevano, spesso gracchiando, musichette patriottiche. Poi scese il silenzio e quando il Duce parlò i caldi fascisti nostrani. Ora applaudivano, ora osannavano, col perfetto tempismo dei lacchè. Per noi giovani quei momenti sembravano felici, addirittura sinceri, perché il regime aveva abilmente costruito intorno a se l’aura dell’invincibilità. Ma bastava incrociare lo sguardo dei nostri vecchi per capire che non era davvero così. Per me la guerra significò l’arruolamento nell’agosto del 1943, quando mi mandarono recluta ad Exilles e poi l’8 settembre, la disfatta. Non aderendo alla Repubblica Sociale Italiana mi diedi alla macchia con i partigiani. Un fotogramma ancora mi è rimasto impresso nella mente di quel 10 giugno 1940. Fu quando a cena mia madre Matilde Tonda dette una scodella di latte a mio padre e lui. Con lo sguardo celato dentro un viso pensieroso, le disse, come in una metafora: “ Tilde, ho paura che da questa sera in poi il latte sarà sempre amaro.”

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