TV: lo abbiamo notato tutti: Euphoria non è Euphoria

SERIE TV  — Lo abbiamo notato tutti: Euphoria non è Euphoria. Già dal primo fotogramma desertico c’era qualcosa che non andava. Niente più glitter, niente più luci abbaglianti a rendere onirico il periodo adolescenziale — un’adolescenza sopra le righe, anzi, oltre le righe. Soprattutto: niente musica. Manca letteralmente la vera protagonista di una serie così accattivante che a trent’anni ti ritrovi a guardare un nuovo Skins senza saperti spiegare il perché. La terza stagione di Sam Levinson è una palese corsa contro il tempo per chiudere un progetto diventato ormai un buco nell’acqua.

Un salto avanti, dieci indietro

Dalla seconda stagione sono passati quattro lunghi anni. Il tempo corre così in fretta che è difficile ricordare l’arco narrativo di una serie iniziata un anno prima, figuriamoci dopo quattro. Un’eternità. E infatti Levinson ci fa fare un enorme salto in avanti nella narrazione, ma un salto altrettanto netto all’indietro sull’estetica e perfino sulla sceneggiatura, da sempre il suo punto di forza.

Perché Euphoria, pur non essendo un prodotto originale — è tratta dall’omonima miniserie israeliana del 2012 di Ron Leshem — è sempre stata elogiata proprio per la scrittura di Levinson: cruda, durissima, senza il minimo filtro, nutrita dai suoi anni di tossicodipendenza. La terza stagione, invece, mette in fila una trama al limite del buongusto narrativo, quasi fantascientifica, in cui non ritroviamo né i sentimenti né i rapporti a cui ci aveva abituati. Una sequenza di eventi assurdi messi in fila per dare alla serie una chiusura frettolosa.

Personaggi finti

Rue non è più tossicodipendente, ma i guai li trova lo stesso (una chiusura un po’ pessimista, ma pur veritiera), ma sembra essere diventata più che un personaggio in balia dei suoi vizi e del dolore, della stupidità – forse di chi la scrive. Nate ha perso ogni qual tipo di spessore, diventando una pedina per far accadere qualcosa nella trama di Cassie e Maddy. E loro due, totalmente sprecate. Maddy avrebbe potuto avere molto di più, Cassie è uno splendido anacoluto vivente. Tutto il resto è completamente dimenticabile. Levinson si voleva improvvisare Gilligan forse, ma questo è solo una pessima imitazione di Breaking Bad.

L’estetica rubata e la vera protagonista

Ma la colpa di questo flop non è tutta della scrittura. Quello che manca è ciò che ha reso Euphoria tale. La fotografia, in primis. E non mi si venga a dire che, siccome i personaggi non sono più adolescenti, quella patina romantica non aveva più ragione di esistere. Sospetto piuttosto che HBO abbia voluto prendere le distanze dalle accuse di plagio estetico mosse da Petra Collins. La fotografa e regista era stata coinvolta da Levinson in persona e aveva passato mesi a costruirne il mondo e a curarne i casting, salvo essere scaricata all’ultimo (troppo giovane, le dissero) e ritrovarsi l’estetica fotocopiata sullo schermo un anno dopo. Quello stile ultra-femminile, nostalgico, generazionale, oggi lo associamo a Euphoria più che ai suoi lavori: una beffa doppia.

Poi c’è la musica. Quella di Labrinth non era un accompagnamento: era la serie. Sonorità malinconiche, ipnotiche, quasi liturgiche, talmente saldate alle immagini che togliere l’una significava spegnere l’altra. Per la terza stagione si era addirittura promesso un incontro tra Labrinth e il grande Hans Zimmer; poi, nel 2026, Labrinth ha scioccato i fan sbattendo la porta in faccia alla serie e all’intera industria discografica — e con toni tutt’altro che pacati: «Fuck Columbia, double fuck Euphoria». La scomparsa degli attori Angus Cloud ed Eric Dane ha certamente contribuito a destabilizzare la serie, ma non è qui che vanno cercate le colpe maggiori.

La realtà

Tutto ciò ha creato una disillusione totale, dopo anni di attesa – sarebbe stato forse più perdonabile con tempi di produzione più brevi, forse avremmo imputato il tutto alla fretta o la nostra aspettativa sarebbe stata meno carica. Perché alla fine il vero percorso creativo di Euphoria — ben più della storia che Levinson ha cucito addosso a questa chiusura — è ciò che rende reale giustizia alla metafora dell’abbandono adolescenziale: quel momento in cui le amicizie si spezzano e i sogni finiscono.

Ultimi articoli

Ultimi articoli