Strade e fortificazioni: una risorsa per le comunità montane per un turismo green

BARDONECCHIA Martedì 19 agosto 2025 alle ore 21 al Palazzo delle Feste di Bardonecchia si terrà un incontro organizzato dall’Associazione Monte Chaberton con tema “Strade e fortificazioni. Una risorsa per le comunità montane per un turismo green”. Ottavio Zetta, che da parecchi anni studia l’argomento, cercherà di fare chiarezza e di stabilire alcuni punti fermi sull’annoso dibattito che da alcuni anni ha al centro l’utilità e l’uso, in chiave turistica ed economica, delle strade militari di alta quota e delle fortificazioni alpine. Le strade militari dell’arco alpino occidentale, costruite tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento per servire le fortificazioni di confine, rappresentano un patrimonio unico di ingegneria e storia. Non solo vie di collegamento, ma monumenti a cielo aperto, frutto della tecnica del Genio militare italiano, oggi rischiano di essere dimenticati o peggio abbandonati.

Strade e fortificazioni: una risorsa per le comunità montane per un turismo green

Per anni l’interesse verso questi tracciati si è concentrato sulla loro utilità pratica: collegare borgate, raggiungere alpeggi, facilitare la vita in quota. Negli ultimi tempi, grazie alla mountain bike e ai sentieri escursionistici, si è riscoperta anche la loro valenza turistico-ambientale. Senza la strada Susa-Riposa, chi oggi affronterebbe a piedi la salita al Rocciamelone partendo dal fondovalle? E senza la Susa-Colle delle Finestre-Pra Catinat, quante aree del Parco Orsiera-Rocciavrè resterebbero irraggiungibili? Eppure, l’aspetto forse più prezioso – quello delle strade come opere d’arte ingegneristica – è stato a lungo trascurato. Ponti, muri di sostegno, gallerie: ogni manufatto racconta una storia di strategia militare, di logistica e di sfida all’alta quota. Un’eredità nata con la Triplice Alleanza del 1882, quando l’Italia, temendo un conflitto con la Francia, fortificò le creste alpine. Per trasportare cannoni e materiali, fu necessario tracciare rotabili fino a quote dove, fino ad allora, salivano solo i pastori. La Valle di Susa, in pochi anni, si trasformò in un enorme cantiere. Le strade venivano progettate dai genieri e realizzate da imprese civili, spesso locali. Non erano opera diretta degli Alpini, come molti credono, ma di un’organizzazione militare che sapeva conciliare esigenze strategiche e capacità tecniche.

Un acceso dibattito

Oggi, come si è detto il dibattito sulla loro utilità è acceso. Due le posizioni principali: da un lato gli ambientalisti, che chiedono la chiusura totale al traffico motorizzato, sognando una montagna “bucolica” riservata solo a escursionisti e ciclisti. Dall’altro, amministratori, operatori turistici e storici che vedono in queste strade una risorsa economica e culturale. Gli argomenti degli ambientalisti non sono privi di fondamento: polvere, rumore, sicurezza. Ma il punto è un altro: una strada chiusa è una strada che si degrada. L’esperienza dimostra che la regolamentazione funziona sicuramente meglio della chiusura totale. Imponendo però un pedaggio diciamo “etico,  da esigere da qualsiasi mezzo in transito: auto, moto, ma anche bici. Un pedaggio che serva per la manutenzione, molto impegnativa e costosa. Negli ultimi vent’anni, la sensibilità è cambiata. Molti enti locali hanno iniziato a considerare le strade militari non come vecchie infrastrutture inutili, ma come beni storici e attrazioni turistiche. Progetti di valorizzazione e regolamentazione sono in corso, spinti anche dagli imprenditori locali, convinti che chiudere significhi perdere economia e vitalità per le valli. Gli escursionisti a piedi hanno già a disposizione centinaia di sentieri alternativi, mentre le strade militari – se ben gestite – possono convivere con un turismo rispettoso e sostenibile. La conclusione è chiara: chiudere significa dimenticare. Servono manutenzione, regole e un uso intelligente del pedaggio. Solo così le strade militari potranno continuare a raccontare la loro storia e a sostenere la vita delle montagne.

 

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