SAN GIORIO – Storia di tre donne ebree sopravvissute a San Giorio negli anni della Resistenza.
TRE DONNE EBREE A SAN GIORIO
Fu una storia che rasentò lāincredibile perchĆ© sopravvivere alla farneticante āsoluzione finaleā voluta dal ReichĀ nazista era ai confini dellāimpossibile. Eppure accadde qui da noi, in valle, a San Giorio. La casa che custodƬ questa storia di ottantāanni fa, in quel momento più buio della storia patria, era su alla Balma e giĆ trentāanni fa era restaurata: mura, raccolte nel silenzio, che custodirono il buio della paura e la luce della speranza per quelle tre donne ebree che le abitarono. Sfollate con altre persone da Torino, le sorelle Montagnana, trovarono alla Balma un luogo sicuro, una scialuppa di salvataggio, che permise loro di sopravvivere, nascoste nel silenzio, alla loro condizione di figlie della stella di Davide. Un miracolo? Forse qualcosa del genere: sicuramente una storia che fece onore a San Giorio. Tanti sapevano, ma tutti tacquero. E queste donneĀ sopravvissero allāuragano della follia nazista. Sicuramente furono tempi drammaticamente duri per quelle tre donne su alla Balma: sinistri presagi facevano intuire che di lĆ , in qualche parte dellāEuropa, qualcosa di assolutamente inconcepibile stava accadendo dando seguito al delirio del Mein Kampf secondo il quale āla razza ebraica non dovrĆ più esistere accanto a quella tedesca.ā Ma furono tempi che, nonostante lo scorrere dei momenti dāangoscia, portarono lentamente alla speranza, alla caduta inevitabile del nibelungico impero del Male. Tempi che avrebbero portato āvociā al silenzio con le parole di Anna Frank, di Victor Frank, di Primo Levi e di tanti altri che scoprirono la lapide sotto la quale si cela il pozzo buio della follia umana che sempre emerge quando prevale il sonno della Ragione.
LE SORELLE MONTAGNANA
Di quel che accadde in quegli anni me ne parlò Ugo Berga, figlio di Lidia Montagnana e nipote di Palmiro Togliatti, futuro segretario del Partito Comunista Italiano. āIo nacqui a Torino nel gennaio 1922,ed ebbi la normale infanzia concessa ai figli dellāItalia di quegli anni. Mia madre era ebrea,ma non era certo un problema in quel periodo; mio padre era originario di San Giorio. Tutto procedette regolarmente sino al 1938 quando il fascismo promulgò le leggi razziali: da allora la nostra vita cambiò, e non si modificò tanto perchĆ© Giovanni Preziosi su āLa vita italianaā e Teresio Interlandi su āLa difesa della razzaā riuscissero con i loro giornali ad accendere sentimenti antisemiti nella popolazione italiana, ma bensƬ perchĆ© lāItalia era giĆ una marionetta nelle mani della Germania. Purtuttavia in quei primi anni la situazione fu tollerabile in confronto a quel che sarebbe successo dopo. Certo, ricordo perfettamente gli svantaggi: ricordo come se fosse ora quel freddo mattino di metĆ gennaio 1939 quando fui convocato dal preside e buttato fuori dalla scuola perchĆ© ebreo. Ma mi arrangiai. Dapprima mi impiegai come factotum in un negozio di radiofonia ed in seguito, non essendo obbligato a fare il militare perchĆ© ebreo, fui coattivamente reclutato dal Comune di Torino a fare quei lavori che oggi si definirebbero di pubblica utilitĆ . Una situazione di vita che comunque era tollerabile anche perchĆ© la gente non era di sentimenti antisemiti ed anzi stentava a capire perchĆ© il fascismo avesse allāimprovviso scoperto il āproblemaā della razza. Che cosa significò per lei in quegli anni essere ebreo? āVede, in principio anchāio dovetti faticare un poco per capire la questione della ārazzaā. Certo, mia madre era ebrea ed io ero un non battezzato, allevato con i crismi dellāassoluta laicitĆ . Nella nostra famiglia quello āebraicoā non era di certo un problema di pratica religiosa perchĆ© non eravamo praticanti ed eravamo e siamo rimasti dei marxisti convinti. Non era neppure un fatto economico poichĆ© non avevamo le ricchezze che la propaganda antisemita ci attribuiva. Per me lāessere non-ariano significò lāabitudine alla semi-clandestinitĆ , situazione che in me rafforzò la scelta della militanza antifascista per la lotta comunista, proletaria ed internazionalista.ā
La grande svolta quando avvenne? Il 25 luglio 1943 quando il Gran Consiglio del Fascismo votò lāordine Grandi che defenestrò Mussolini: tutta Torino fu in giubilo per la caduta del Duce, anche se quel momento non fu il giorno della fine della guerra. Anzi nei quarantacinque giorni successivi, tanto durò Badoglio, mentre la Resistenza cominciava ad organizzarsi io mi iscrissi al Partito Comunista e con la mia famiglia vissi la condizione di sfollato: abbandonammo Torino dovāera sempre presente il rischio di perire sotto un bombardamento dellāaviazione Alleata e ci rifugiammo a San Giorio, alla Balma, nella casa di Domenico Berga e di sua moglie Emma. Lāincubo cominciò lā8 settembre del 1943 con la disfatta che lasciò il nord Italia nelle mani dei tedeschi seppur sotto la bandiera della Repubblica Sociale. Io fino a quel giorno mi recavo tutte le mattine al lavoro fino a Torino: prendevo il treno a Bruzolo, il più delle volte su di un carro bestiame, e arrivavo in cittĆ . Ma da quellā8 settembre iniziò la mia clandestinitĆ totale perchĆ© la ācolpaā dāessere ebreo non era tollerata dai tedeschi. Da quella sera dellā8 settembre e nei giorni seguenti con alcuni sbandati del Terzo Reggimento alpini, con Sergio Bellone e altri, con poche armi cāinerpicammo su per la montagna, su fino a Travers a Mount e al rifugio Geat. Era lāinizio della Resistenza, lāinizio della lunga guerra partigiana. I gruppi si riunirono ed il nostro fu uno dei primi nucleiĀ organizzati attorno a quellāindimenticabile figura di soldato e patriota che fu Carlo Carli.
I PARTIGIANI
Quando fu partigiano non sceseĀ più a valle dalle donne della sua famiglia? E questāultima, in quel periodo, come visse? Scendevo a valle, quando era possibile o necessario per la guerra partigiana: andavo a Meana perchĆ© eravamo in contatto con Ada Marchesini Gobetti e a volte dormivo a casa. Ma una volta ebbi paura e quel rifugio rischiò di tramutarsi nella nostra tomba. Accadde nellāinverno tra il ā44 e il ā45, non ricordo esattamente il giorno. Ero sceso giù e mi trovavo in famiglia quando allāimprovviso dei tedeschi giunsero alla Balma per un rastrellamento. Iniziarono ad entrare in tutte le case ed anche nella nostra. Fortuna volle che in quella casa vi fosse una specie di nascondiglio segreto dietro a delle assi: feci appena in tempo ad entrarvi che un ufficiale della Gestapo piombò in casa. Cercava i banditi, cosƬ chiamavano i partigiani. Se solo avesse immaginato che quelle donne che aveva davanti erano ebree. Iniziò a rovistare tra le povere suppellettili di quella casa ed io lo vedevo attraverso una sottile fessura: fummo a pochi centimetri lāuna dallāaltro per una manciata di secondi infiniti. Un rumore, un cigolio, un respiro sarebbe stata la fine. Ma per fortuna andò tutto bene: il nazista se ne andò soddisfatto perchĆ© in quella casa non c’era nessun nemico del Reich tedesco. La nostra vita in quel periodo? La nostra sopravvivenza, soprattutto per le donne della famiglia, fu merito della meravigliosa solidarietĆ della gente di San Giorio, di questa gente semplice, austera, leale, che in quelle condizioni di povertĆ e di pericolo ci aiutò. A San Giorio in tanti sapevano che tra gli sfollati alla Balma cāerano degli ebrei, ma tutti tacquero, sigillando con il silenzio quella veritĆ pericolosa. Se solo qualcuno avesse mormorato, bisbigliato, sarebbe stata la fine. Ed invece non accadde. Noi dobbiamo tutto alla gente di San Giorio.

GIORNI DIFFICILI
Vi furono dei momenti nei quali prevalse lo sconforto? E la paura che volto aveva? Ć difficile oggi, tanti anni dopo, valutare obiettivamente le emozioni di allora. Vi furono sicuramente dei momenti di sconforto per mia madre e le zie, specialmente quando la soldataglia tedesca piombava in casa ed esse ben sapevano che poteva essere fatale. Lo sconforto era provocata anche dallāavere tutta la famiglia dispersa nel mondo, senza averne notizie. E, pur tuttavia, fu presente la speranza, perchĆ© la speranza ĆØ lāingrediente necessario ad ogni sopravvivenza. Avevamo la radio alla Balma e lāemittente straniera informava sullāandamento della guerra; capivamo che gli Alleati occidentali ed i Compagni sovietici stringevano sempre più in una morsa dāacciaio il nemico nazifascista che prima o poi sarebbe crollato. Il problema era che non si sapeva quando sarebbe finita. Io personalmente poi, avevo fiducia nel fatto che i compagni sovietici ed il compagno Palmiro Togliatti, mio zio, stavano facendo di tutto per arrivare alla vittoria ed alla vittoria della Rivoluzione e del Socialismo. Il volto della pauraĀ era come una maschera ineffabile: poteva essere dappertutto perchĆ© ovunque cāera la guerra. Ma la paura più grandeĀ ĆØ stata il vedere come unāideologia aberrante abbia ridotto lāuomo, come abbia spento nellāuomo il sentimento della pietĆ e la mia paura odierna ĆØ che questa ideologia possa ridestarsi dal buio della storia. Nel dopoguerra, in molti processi contro i gerarchi nazisti rei di aver commesso dei crimini contro lāumanitĆ , la difesa si basò sul fatto che avevano eseguito degli ordiniā. Lei cosa ha provato? Niente. Ci sono delle volte in cui seĀ si ĆØ uomini bisognerebbe disubbidire agli ordini. Ma i nazisti non furono uomini. E cosa prova quando va su alla Balma? Ć difficile dirlo, esternarlo, dar parole ai sentimenti. Sono passati tanti anni, svaniti via come in un baleno. A volte ascolto il silenzio tra quelle mura, il soffio del vento tra quelle intercapedini. Vorrei che il vento portasseĀ parole in grado di illuminare il destino che crea le scelte della storia. Ma poi quando il vento sāacquieta torna il silenzio. Questo un poā mi turba, ma ho la speranza che rimarranno āvociā.
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