Rental Family: delicatezza in un’epoca rabbiosa

CINEMA – La sfortuna di Rental Family – nelle vite degli altri, ultimo lavoro di Hikari è stata quella di debuttare sul nostro grande schermo italiano proprio lo stesso mese di “Cime Tempestose”, di cui non si fa che parlare, facendo passare in sordina questa piccola gemma luminosa.

Regista dell’umano a Rental Family

Hikari (nome d’arte di Mitsuyo Miyazaki) è una delle registe giapponesi più interessanti del momento a livello internazionale. Se non sapete niente di lei, ha esordito con  37 Seconds nel 2019 e racconta la storia di una fumettista con paralisi che cerca la propria indipendenza. È molto apprezzata proprio per la sua capacità di fare da ponte tra la cultura giapponese e quella americana e Rental Family ne è esempio lampante. La sua scrittura si concentra su solitudine, identità e legami umani non convenzionali. Hikari evita spesso il dramma cupo o cinico, preferendo una narrazione gentile, dai toni pastello, che cerca la speranza anche nelle situazioni di alienazione.

La bellezza riscoperta della vita reale

Il film parla di un attore che, da sette anni in Giappone, non riesce più a trovare un ruolo decente. Si imbatte così nella società che dà il titolo alla pellicola e che affitta attori a clienti paganti per interpretare praticamente chiunque manchi nella loro vita: amici, genitori, fan. A volte anche amanti a cui poter dare il benservito, raccontando attraverso tante piccole storie la nostra umanità. Ed è proprio questo che ho apprezzato di Rental Family: la delicatezza. La regista non mostra niente del Giappone, ma si focalizza su storie di persone che potremmo incrociare tutti i giorni, ma che non ci soffermiamo a guardare; vite dolorose e tristi, senza però essere strazianti o sensazionalistiche. C’è solo l’essere umano e quella capacità perduta, nel nostro secolo, di essere empatico e comprensivo. Di aprirsi all’altro senza pretendere nulla in cambio, ricevendo inaspettatamente insegnamenti preziosi.

L’essenziale contro l’esasperazione visiva

Il film è apprezzato dalla critica, sebbene ciò che mi disturbi di più sia la differenza di affluenza nelle sale rispetto a pellicole esageratamente pubblicizzate come il già citato “Cime Tempestose” — a cui non metto le virgolette solo per citare il titolo, ma per riprendere l’approccio estetizzante della stessa regista Emerald Fennell. È qui che il confronto, pur improprio, diventa necessario. Mentre il mercato spinge verso produzioni che sembrano prodotti da algoritmi — film definiti “da TikTok”, palesi esercizi di stile che non lasciano traccia nell’anima — ci troviamo davanti a un’opera che fa l’esatto opposto. Eppure è stato proprio Rental family ad essere criticato per la sua troppa linearità, per la regia pulita, per la mancanza di profondità verso una storia che poteva essere più oscura.

L’esagerazione la fa da padrona in quest’epoca. La rabbia, la distorsione, deve essere tutto viscerale

Ma Rental Family non urla, sussurra. Ci riporta all’essenziale, a quei sentimenti umani che dovremmo difendere con più vigore invece di sacrificarli puntando a tutti i costi su pellicole visivamente buone, ma vuote di contenuto. Alla gentilezza che a questa società sembra tanto mancare.

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