Quando ad Almese a Natale cantavano le colt: Ennio, Trinità e Bambino, gli altri, ed il mitico Clint di MARIO RAIMONDO

ALMESE – Ed infine ad Almese era arrivato l’inverno col fascino magico che attendeva il Natale. Nel cortile grande dlà curt d’Roc tutti noi discoli pensavamo che in fondo eravamo stati buoni e che, in primis, il Babbo Natale della Fiat, sarebbe stato munifico nei doni. Almeno lo speravamo! Si certo, avevamo qualche pecca e la biro rossa degli insegnanti metteva “rosso su bianco” talune lacune. Certo la l’aritmetica non andava giù, la geometria era un tabù, del gerundio dell’italiano non ne potevamo proprio più, di Acca Larentia e dell’Urbi ed Orbi generata sui sette colli fondamentalmente non c’interessava nulla, ma tutto sommato tutto era rimediabile entro giugno dell’anno a venire. E giugno era incredibilmente lontano. Ora s’avvicinava Natale, ed era, questo si, vicino ed infinitamente bello, perché aveva il sapore genuino della fanciullezza, l’età d’oro della vita.

NEI PRATI

I segnali precursori si coglievano nel cielo quando tutti noi – Raimondo boys, Carè boys, più Angelo Serra, Ezio Rho, i Bonino Boys, Stefano Nuttini, Pinuccio Petroso e tutta la pletora di ragazzini e ragazzine – ci riversavamo nei Prà Maccari che fortunatamente allora erano prati. Il cielo, dall’indaco della giornata, sprofondava in un nero quasi assoluto popolato di costellazioni fantastiche e Marte, rossa ciliegia della sera che era da poco stato raggiunto dal Mariner 9, ineffabile e perenne nel suo moto errante guardava da Dio della guerra, la nostra guerra. Eravamo sempre in guerra, eravamo dei ‘bocia’ birichini, dispettosi come delle bertucce e , più che i ragazzini di via Roma e dintorni, a volte dovevamo sembrare i ragazzini della via Pàl. Ne sapeva qualcosa ‘Tilde Frila’, una poveretta che per noi era una mezza strega e che abitava in una vecchia casa all’inizio di Via Rubiana: la sera urlando bussavamo alla porta per spaventarla canzonandola con una filastrocca: “Frila, Frila,n’tla noit a brilà perché dì bruta cume la mort a vanta pa fei n’tort”.

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GLI SCHERZI IN PAESE

La povera Frila, a ragion veduta, però sapeva difendersi: quatta quatta stava dietro alla porta e quando usciva all’improvviso roteava la scopa come l’Orlando la spada, con l’ira possente d’una leonessa ferita, con lo sguardo allucinato alla Crudelia De Mon. Chi beccava, beccava, e noi via come dei fulmini. Anche se qualcuno qualche colpo di ramazza sulla testa giocoforza lo prendeva. Anche Pierino Bordisio era un obbiettivo: bloccargli la porta d’ingresso del negozio in modo che il campanello suonasse ci divertiva un sacco. Idem per Elda Gay e Giuseppe Ballari, il lattaio. Per non dimenticare Ivo Martinasso, Tommaso Torre, ed il nonno di Dario Catti: ci sopportava davvero poco! Usciva con la cinghia in manoinveiendo a squarciagola: “Bocia faij si uv ciapu i suni papì l’ciuchin”. E noi, col cuore in gola,via come delle saette giù verso il cinema Sada!

AL CINEMA SADA

Ma ora, ancor più, si avvicinava il Natale. Il segnale era quando ‘le pive’- che erano dei suonatori ambulanti che arrivavano da chissà dove con quella loro musica davvero particolare – passavano per via Roma e per le altre vie del paese… Gli anziani sentenziavano: “A portu la fiòca”. Ed era vero. Quando il riscaldamento globale non era neanche un idea e men che mai un nome, ad Almese verso il Natale c’era sempre la neve. E che neve. Accadeva che un giorno qualsiasi dal cielo grigio piccoli fiocchi bianchi iniziassero a danzare nell’aere. Prima sparuti, quasi timorosi, volteggiavano nell’aria fredda quasi volessero tastare il terreno di quel cortile che poi diventava landa buona per i successivi che sempre più grandi e copiosi iniziavano ad imbiancare il tutto, ovattando, stendendo sulla Curt d’Roc il mantello dell’inverno, quasi a volerne imprimere il sigillo che solo l’vent marin avrebbe sciolto.

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LA MUSICA DI MORRICONE

Noi allora tutti assieme ci accovacciavamo gli uni accanto agli altri con gli occhi sgranati a vedere il paesaggio consueto che nella penombra diventava fiaba, ad ascoltare dal mangiadischi della Geloso di Meco Carè, l’estasi dell’oro di Ennio Morricone, od il bang bang di Dalida, o quant’altro. Fù allora – visto che era Natale e anticipando un claim di epoche successive (a Natale puoi…) che mi rivolsi ad Antonio Carè : “Facciamo pace?”. Era ora di finirla con la nostra guerra! Come diremmo oggi dovevamo trovare un modus vivendi! Ci eravamo azzuffati su chi fosse Ringo e chi Django, su chi fosse Arizona Colt e chi Sartana. Ed io gliel’avevo detto che avrebbe fatto la fine dei cowboys di “Impiccalo più in alto” ( film del 1968 di Ted Post) e lui me l’aveva detto: tu “Preparati la bara” ( film del 1968 di Ferdinando Baldi). Ed io gliel’avevo detto che presto avrebbe scontato “ I lunghi giorni della vendetta” (film del 1967 di Florestano Vancini) e lui me l’aveva  detto che avrei patito “ I giorni dell’ira” (film del 1967 di Tonino Valerii). In quegli anni ad Almese cantavano le colt ,specialmente quando la domenica, usciti dal Cine Sada dopo aver visto almeno un paio di volte il film, volevamo essere tutti più bravi dei pistoleri di celluloide. Sparo io per primo…no sparo io…no spari tu.

IN VIA ROMA

Via Roma, all’uscita dal cinema, sembrava la main streat di “Una città chiamata bastarda” ( film del 1971 di Robert Parrish e Irving Lerner) : tutti armati di pistole e fucili con quei proiettili di plastica gialla che al momento del ‘bang’ lasciavano un lieve odore pirico nell’aria. Era il west di noi ragazzini, noi che volevamo essere Trinità e non Bambino – i mitici Terence e Bud – a volte cowboys, a volte indiani ,sempre pronti a far cantare la colt che ora dovevamo rimettere in fondina, perche ora era Natale. “ Facciamo così per questo Natale – dissi ad Antonio Carè raccomandandolo di non menzionare nulla a Damiano, in modo che questo fosse un nostro segreto – un giorno io sarò Trinità e tu Bambino ed un altro giorno cambieremo ruolo. Così saremo sempre amici e nessuno di noi dovrà andare a fare la spia , a dire alle mamme che abbiamo anche detto le parole ‘sporche’ perché si arrabbierebbero.” Antonio Carè fu d’accordo perché quell’infante compromesso era ragionevole.

PAROLO SPORCHE

Soprattutto il condiviso silenzio sulle parole ‘sporche’, perchè la sana pedagogia dell’epoca che allevava veramente gli uomini del domani prevedeva sonori ceffoni educativi quando i ragazzini uscivano troppo dalle righe. Fu una vigilia di Natale bellissima quella. Il pomeriggio sotto la neve la curt d’Roc era magica: le nostre corse sembravano essere “La ballata della città senza nome” (film del 1970 di Joshua Logan) e le battaglie a palle di neve un gioco che inneggiava alla felicità di quel Gesù Bambino che forse la notte ci avrebbe portato i doni. La sera tutti al cinema dove il film era preceduto dalla settimana INCOM e dai cartoni della Warner Bros. E poi finalmente la notte. Quando rientravamo il putagè – l’unico che avevamo in cucina – era quasi spento e mio padre lo ravvivava con dei legnetti piccoli che subito andavano a fiamma. Mamma prendeva la ‘ bouta’, un ovale di alluminio che si chiudeva con un tappo, l’avvolgeva con un panno e, quando l’acqua della vasca posta a lato della stufa era in ebollizione, la riempiva. La metteva nel mio lettino e quando mi coricavo la spingevo piano piano in modo da scaldare le lenzuola che altrimenti sembravano un velo di ghiaccio.

IL FREDDO

Faceva freddo, ma che importava! Era Natale. Potevo per quella notte tenere acceso l’albero e la luce sulla capanna del presepe. Il ‘cri – cri’ delle intermittenze comandava le lucine che disegnavano ombre di tremule fantasie sul soffitto. Volevo sempre star sveglio per vedere se Lui passava con tutti i balocchi ma era inevitabile l’addormentarsi. La magia s’accendeva al mattino quando era il gran giorno: era davvero passato ed al fondo del letto- meraviglia delle meraviglie – c’erano i doni nella carta colorata, i balocchi, i libri, i dolciumi… C’era anche la mia nuova colt con relativa fondina ed un gran numero di proiettili. Davvero in quel Natale del 1971 con tale arma io potevo continuare a chiamarmi Trinità e non m’importava più nulla di Antonio e Bambino. I doni – che erano arrivati a tutti e con i quali tutti giocavamo solitamente già verso capodanno erano messi kappaò dalla ciurma discola – ma poi si aspettava ancora la Befana che non disdegnava portare ai bocia dla curt d’Roc il nero ( zuccherato) carbone. Era e sarebbe stata un’altra storia dell’anno 1972 quando Trinità lo chiamarono il Magnifico , primo passo verso il tramonto del nostro piccolo ed immaginario Far West.

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