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sabato, 24 Gennaio 2026

Gloria ed orrore: un viaggio nel femminismo di “The Ugly Stepsister” e “Victorian Psycho”

CINEMA, LETTERATURA – Pensate al massimo che il femminismo può ottenere. E poi pensate a come può fallire miseramente.
Nel novembre scorso è uscito in sala “The Ugly Stepsister” di Emilie Blichfeldt e “Victorian Psycho” di Virginia Feito in libreria. Due donne, due visioni. Un solo verdetto sulla vittoria.

Donna Vs donna: il tema non convenzionale di “The Ugly Stepsister”

Riscrivere un classico è, quasi sempre, un suicidio artistico. Emilie Blichfeldt ha invece creato un gioiello ricercato con “The Ugly Stepsister”. Cenerentola è solo lo scheletro. Le emozioni sono crude, vive, disarmanti. La protagonista è Elvira, una sorellastra. La storia la sapete, il crudo finale dei Grimm, è un dettaglio. Prima c’è una ragazza innamorata che vuole piacere ad un ragazzo, ad un principe con troppa scelta. Prima c’è un’adolescente che ne invidia un’altra per la sua bellezza e femminilità irraggiungibile. E così poi una barbara e medioevale chirurgia estetica, una tenia e la speranza di una ragazza, bullizzata da donne come lei che dovrebbero comprenderla. Elvira non è solo vittima del maschile. È vittima della spietata competizione e del giudizio auto-imposto dal suo stesso sesso. Il dolore è l’abuso silenzioso di una madre che le ricorda: non sei bella, non vali. È la vergogna di non appartenere, di non essere come le altre. È l’invidia per Agnes che, senza sforzo, riceve tutto dalla vita, anche ciò che non vuole.

Il vero femminismo?

Lo splendore non è l’estetica perfetta (riprese, scenografia maniacale, montaggio, le musiche moderne su sfondo storico a mò di “Marie Antoinette” di Sofia Coppola). Lo splendore è la brutalità emotiva. È raccontare il vero femminismo: la società è maschilista, ma le donne portano avanti la ghigliottina del giudizio e della competizione per loro conto. Sottotesto non spiattellato nel copione, ci tengo a precisare, visto la moda del momento. La conclusione è un colpo di grazia: finché le donne non smetteranno di competere sulla tra loro e non si accetteranno, il supporto reciproco sarà solo una favola.

L’autrice Virginia Feito e la copertina italiana di Victorian Psycho, edito Mercurio Books

Gli uomini (e i ricchi) sono il male: il femminismo becero di “Victorian Psycho”

Winifred Notty arriva in casa Pounds come istitutrice. Una ricca famiglia che ha un figlio (il maschio, guardacaso) insopportabile e viziato, una figlia superficiale per colpa della società maschilista. La narrazione si perde in 193 pagine di lamentele e grotteschi scenari assassini. E quella che Virginia Feito ci propone come un’antieroina è in realtà una femminista ante litteram dalla sessualità promiscua, per cui ci costringono a tifare, semplicemente perché tutti gli altri personaggi sono più ripugnanti di lei. La tesi femminista, nel romanzo, è così didascalica e così insistente da risultare artefatta. Il vero femminismo non ha bisogno di uomini stupidi, rozzi e violenti, senza sfumature, per validare il dolore femminile. Invece, il libro ci inonda di scene dove la violenza gratuita non è motore, ma “piacere estetico”. Il lettore non deve riflettere, sembra che debba provare ribrezzo e basta.

Esempi come l’osservazione sul fatto che “gli uomini sono orgogliosi di suscitare ammirazione nelle donne, le donne elettrizzate di sperimentare un’emozione diversa dal solito disprezzo per gli uomini” o l’inserimento non necessario di una mummia donna per evidenziare la brutalità maschile su un cadavere, non aggiungono nulla alla narrazione se non un sovraccarico ideologico. Il linguaggio estremo e le scene crude sono solo contorno per un plot debole. Il continuo forzare la mano – come nel caso della minaccia di Mrs. Fishal di scrivere con il suo stesso sangue dopo che il marito l’ha privata della penna – non è potenza narrativa, ma solo ideologia da primo tema in classe. Tutto è estremamente sforzato, un tentativo fallito di emulare il nichilismo estremo (come “Lapvona”), con il solo esito di essere un esercizio di stile fine a sé stesso.

La regista Emilie Blichfeldt, durante un momento sul set con la protagonista Lea Myren

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