Cose buone: il vitigni rari che hanno ripreso l’antico splendore di MARCELLO STRIANO

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COSE BUONE – E’ sempre molto interessante andare alla ricerca di tesori nascosti e sconosciuti alla grande maggioranza delle persone. Vitigni rari di cui si è persa la memoria che solo alcuni produttori lungimiranti hanno saputo conservare e soprattutto potenziare. Nelle colline torinesi che degradano verso l’imminente Monferrato, si possono scovare sorprese enologiche di un certo rilievo. Tra le lussuose ville della borghesia e le numerose villette a schiera, sopravvivono vecchi vigneti coltivati con vitigni da sempre presenti nella zona ma spesso usurpati del loro valore da cemento e asfalto. Così è anche per il raro vitigno piemontese Pelaverga, qui chiamato Cari, da non confondere con il suo omonimo di Verduno, con cui non ha niente a che vedere ma gemello invece del Pelaverga delle colline saluzzesi.

IL VITIGNO

Questo vitigno, presente di sicuro già dal 1600 nel torinese e nel chierese come testimoniano alcuni scritti dell’epoca, era molto apprezzato per via delle grandi dimensioni del grappolo e dell’acino, sia come uva da mensa che come uva da vino. Fu inoltre, suo malgrado, oggetto di equivoco negli ultimi anni del secolo scorso, quando al momento di redigere il catalogo nazionale delle varietà di viti da raccomandare e autorizzare nelle varie provincie, venne “dimenticato” per cui non rientrando in tale elenco era “fuorilegge” e non si poteva più coltivare. Per fortuna la lungimiranza di alcuni produttori e dell’Università di Agraria di Torino ha fatto si che si potesse recuperare in fretta il tempo perduto grazie a numerose sperimentazioni. Oggi il vino Cari viene prodotto da una manciata di produttori nella sua forma più prestigiosa, ovvero dolce e frizzante.

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IL CARI

Vitigno a bacca rossa dal grande grappolo e dal grosso acino, si trova a suo agio sui dolci rilevi a est di Superga. La cantina Balbiano, di cui degustiamo il vino, non ha bisogno di presentazioni in quanto storica azienda del torinese che da sempre punta sulla qualità e sui vini tipici del territorio. La vinificazione è in rosso ma la fermentazione viene bloccata al raggiungimento del grado alcolico voluto e di conseguenza il vino rimane dolce. Cose buone.Questo si presenta nel bicchiere con uno splendido colore rosa cerasuolo chiaro e limpido. E’ un vino frizzante dalla spuma leggera che ritornerà utile per acutizzare la freschezza ed i profumi. Al naso è intenso e complesso con variegati sentori primari di frutta fresca come fragola, more, lamponi, note di fiori freschi di campo, di glicine e di petali di rosa rossa.

IL GUSTO

Al palato la presenza di zucchero lo rende amabile mentre la bassa gradazione alcolica (6%) mitiga le sensazioni di calore e morbidezza. La buona freschezza e la spuma compatta esaltano gli aromi, il tannino è appena percettibile ed è presente un accenno di sapidità. Il retrogusto è abbastanza persistente, abbastanza intenso ma nel complesso, considerata la tipologia, il vino è equilibrato. Di debole corpo, non è un vino che può invecchiare e nella vendemmia 2019 qui degustata è già maturo per essere degustato. Sicuramente trova i migliori abbinamenti nella pasticceria secca piemontese, senza l’uso del cioccolato, oppure nelle crostate di frutta fresca. Ottimo anche come vino dolce da degustare fuori pasto in occasioni speciali, dove sicuramente potrà stupire.

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