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Almese sulla Luna, ricordi della notte del 1969 con gli almesini davanti alla Società Mario Raimondo ricorda i personaggi e le emozioni dell'allunaggio

Sulla luna

di MARIO RAIMONDO

ALMESE – Almese sulla Luna! Finalmente il momento era giunto. Il sogno, il nostro sogno di ragazzini allevati a ‘pane e NASA’ era a suo compimento in quel giorno. Ma era qualcosa di più grande che andava oltre noi, oltre l’eccitata comunità di paese, oltre l’italica landa, oltre l’orizzonte dell’Europa: riguardava l’intero mondo perché eravamo ad un passo dalla Luna. Eravamo ad un passo da quel mito, quel luogo – Selene – che aveva affascinato scrittori e poeti d’ogni tempo e che nell’alternarsi dei giorni e delle notti da sempre, enigmatica e sorniona, stava sospesa nel cielo dell’uomo.

Un piccolo punto nel mondo, Almese, era in fermento come un piccolo grammo di lievito nel gran pane del mondo che lievitava nell’attesa spasmodica di quell’evento che l’America stava per regalare al pianeta Terra. “Saruma s’la Luna: a smija fin-a impusibil” dicevano le voci della gente dei paesi in un misto tra l’incredulità e l’ammirazione. Ma in verità era proprio così: saremmo stati sulla Luna! Una Luna che fu sicuramente un affare per Lorenzo Perrero e Francesco Nettuno che già dai mesi precedenti avevano riempito le case almesine di televisori.

I MAGNADYNE

Li ricordate i televisori della fine degli Anni Sessanta? I Magnadyne, i Radiomarelli, i Phonola, gli Imperial, Indesit, Phoenix, Ultravox, Voxson… Cassoni a tubi termoionici e a qualche transistor ogni tanto perdevano il sincronismo verticale ed erano dotati, sul retro, d’una rotellina di regolazione che andava a calibrare il segnale sulla valvola PCL 85 che era quella che aveva il compito agganciare il segnale di sincronismo verticale a 50 Hz, segnale che la televisione analogica portava con sé. Altro che il digitale odierno.

Televisore

GLI ALMESINI SULLA LUNA

Eppure quei televisori, sorta di archibugi elettronici che oggi sono pezzi da museo, sarebbero stati il primordiale ed inconsapevole mezzo di quella ‘prima prova’ del villaggio globale che la penna visionaria di Marshall McLuhan aveva profetizzato nel 1964. Almese, una molecola di quel villaggio globale, era in fermento dal 16 Luglio quando dalla rampa 39B del Kennedy Space Center in Florida i possenti motori del Saturno 5 avevano innalzato al cielo l’Apollo 11. Era un paese, come tutto il resto del mondo, ‘sospeso’. Tutti parlavano della Luna, tutti – credo – speravano in cuor loro che ‘dopo’ la Luna si potesse cambiare un po’ la storia della Terra. Andavi dai macellai Archimede Alliano e Giulio Franchino e gli acquirenti, tra un arrosto di vitellone ed una fettina di sanato, parlavano di Luna (Pensa ti che a sun partì…).

IN PAESE

Andavi da Maria e Battista Bertolo (Batista l’sartur) e tra un rocchetto di filato ed un gomitolo di lana, parlavano di Luna ( Ma come a fan a fermesi quand’arivu li?). Andavi da Giuseppe ed Onorato Giacone o da Guido Martinasso e tra una micca ed una maira di scauda, parlavano di Luna (Co a truveran lasù?). Andavi da Felicina e Giulio Ambrosino e tra una scatola di sementi e i piantini da orto, parlavano di Luna (Chi lu sa se a turneran ancura giù?). Andavi da Armando Nabiolo e tra una bibita ed un fiasco di barbera, parlavano di Luna ( A truveran d’roba preziusa?).

ALMESE SULLA LUNA

La Luna era nuova dalle ore 15.00 del 14 luglio e le previsioni meteo di ‘Frate Indovino’- un colonnello Bernacca ante litteram – preannunciavano per la settimana giornate di eccezionale calura estiva per aria bassa e afosa. Non ci sarebbero state grosse nubi in cielo per la gioia di quel gran numero di monelli ch’eravamo noi in attesa della Luna che giocavamo a conquistare su per le goje del Messa indossando con la fantasia le tute degli astronauti. Però c’era un problema… Io volevo essere Neil Armstrong. Anche Lino Raimondo voleva essere Neil Armstrong. Anche Damiano Carè voleva essere Neil Armstrong. Per non parlare poi di Antonio Carè che anche in questo caso voleva stare un gradino più in su di Damiano. Gualtiero Ambrosino, Sergio Vighetto, Walter Rucchione, Ermanno Bonavero, Oriano Bonino e tutti gli altri volevano essere Neil. Nessuno voleva essere Buzz Aldrin e meno che mai Michael Collins.

Neil Armstrong

 

20 LUGLIO 1969

In uno di quei giorni ci fu tra di noi una piccola baruffa per questa insormontabile questione che per me si concluse con un sonoro ‘pagliano’- metodo educativo in voga all’epoca e che davvero andrebbe reso operativo nei confronti di certi ragazzini d’oggi – da parte di mia madre che non ne poteva più di venirmi a cercare su per le spiaggette del Messa. Fu quello il mio viatico per la Luna. Ma finalmente venne l’ora della Luna. Almese praticamente diventò entità ‘sospesa’ per quella che sarebbe stata la prima notte bianca della sua storia. E come Almese ogni altro paese e città d’ogni luogo e contrada pronte a fare col piccolo passo di Armstrong il grande balzo di tutta l’umanità.

Al Cine Sada quella domenica 20 luglio 1969 proiettarono uno spettacolo unico: alle ore 16.00 l’ottimismo, la fortuna e la determinazione di Clint Eastwood e Richard Burton avrebbero portato gli spettatori là “Dove osano le Aquile” spy – war movie dal titolo quanto mai opportuno in vista di quel che ci attendeva. A casa, dopo aver accudito le nostre mucche, cenammo alle otto mentre la radio trasmetteva in continuazione i bollettini dell’Apollo 11. Poi con papà e mamma andammo alla cooperativa in Piazza Martiri dove riuscimmo a sederci quasi davanti al televisore. Per il presidente della Società, com’era chiamata all’epoca, Livio Suppo e per Gino e Maria Trino che ne erano i gestori fu sicuramente una serata storica per il numero di persone che s’accalcavano al bancone ed in sala per quella notte, tant’è che anche Massimo Trino fu reclutato come barman. V’era un gran vociare, una gazzarra felice, tra suoni di flipper e canzoni del jukebox dove tra gli altri, Al Bano, fresco vincitore di un disco per l’estate 1969, cantava, forse pensando alla Luna, ‘Pensando a te’.

Vespa

LA FESTA IN PAESE

Il baccano poco a poco scemò diventando brusio e quasi silenzio: v’era tensione nell’aria, qualcosa di elettrico che in contemporanea eccitava e stordiva, l’idea di essere in qualche modo presenti a qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la storia dell’umanità. Quando dal Mare della Tranquillità Eagle confermò l’avvenuto allunaggio mettendo d’accordo pure Tito Stagno e Ruggero Orlando vi fu un boato: tutti si alzarono, si abbracciarono, applaudirono. Neil, Buzz ed anche il solitario Michael erano oramai dei nostri. Eroi, certo, superman… ma anche le persone per bene della porta accanto. Erano l’umanità. Iniziò la lunga notte dell’attesa: mentre i grandi festeggiavano con l’ottimo vino della Società con libagioni che li avrebbero presto portati tra le braccia di Morfeo, noi ragazzini con un gelato Chiavacci, una coca-cola o una gazzosa Richetto, affrontammo la nostra notte della Luna. Che se ne stava in cielo, correndo verso il suo primo quarto, come adagiata sull’afa della notte estiva.

La notte tra il 20 e 21 luglio 1969, alle ore 4.57, quando uno stupito pennello elettronico disegnò sullo schermo d’un cinescopio in bianco e nero il piccolo passo ed il grande balzo dell’umanità, fummo tutti sbalorditi: il sogno era diventato realtà. Eravamo davvero sulla Luna. Abbracciai Livio Ambrosino e mi promisi che non avremmo mai più litigato: in fondo adesso tutti eravamo Neil.